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Nel calcolo dei costi del blocco del canale di Suez sono per ora entrate poco valutazioni militari e di sicurezza. Eppure, il tema è anche geopolitico, tra le proposte russe sull’Artico, e la conferma del Pentagono per la ricerca di rotte alternative, così da assicurare supporto delle truppe americane presenti nell’area.

CHOKE-POINT

In campo strategico-militare, il canale di Suez rappresenta un classico “choke-point”. Sono, i “colli di bottiglia”, strozzature naturali o artificiali delle rotte marittime, a cui si riconosce una particolare rilevanza per i collegamenti che vi passano, le aree coinvolte e la convergenza di interessi di attori molteplici. Oltre i canali (come Suez c’è Panama), sono molti gli “stretti”, da Gibilterra ai Dardanelli (tra Mar di Marmara ed Egeo), compresi quelli particolarmente “caldi” e densi di memoria storica di confronti, come lo stretto di Hormuz, lo stretto di Bering tra Alaska e Russia, o lo stretto di Malacca tra l’omonima penisola e l’isola di Sumatra, il collo in cui confluiscono molteplici tensioni dell’Indo-pacifico e attraverso cui passano molte ambizioni cinesi.

IN PUNTA DI DIRITTO

Proprio per la loro strategicità, il diritto internazionale riconosce status particolare ai choke-point, limitando di fatto le normali prerogative degli Stati costieri a favore della libertà di passaggio. Per il Canale di Suez vige tutt’ora la Convenzione di Costantinopoli, siglata nel 1888, messa a dura prova dai conflitti regionali tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso (compresa la nazionalizzazione del ’56 da parte dell’Egitto di Nasser), e poi tornata in vigore nel 1979. Prevede la neutralità del canale e la garanzia del passaggio in tempo di pace e di guerra.

OPERAZIONI ASIMMETRICHE

A livello strategico-operativo, tuttavia, le considerazioni superano il diritto internazionale. Un blocco come quello sperimentato in questi giorni, rientrante totalmente nel perimetro “civile”, potrebbe essere modello per eventuali attori interessati in futuro a recare un danno considerevole al commercio internazionale. In altre parole, far arenare una porta-container in un choke-point (operazione comunque non facile) potrebbe presto entrare tra le voci di “guerra asimmetrica”. Che il tema sia geopolitico l’ha dimostrato la Russia, che nei giorni scorsi ha proposto l’Artico come rotta alternativa a Suez. Il tutto ha implicazioni anche di carattere militare.

IL SUPPORTO MILITARE

Ieri, funzionari del Pentagono hanno confermato a The Hill che l’eventuale mantenimento del blocco del canale da parte della porta-container EverGiven avrebbe inevitabilmente influenzato i movimenti nell’area delle navi militari statunitensi, ma anche che erano già stata identificate alternative. Oltre a specifici impieghi tra Mediterraneo e Corno d’Africa, le unità navali delle forze Usa sono impegnate dai vari comandi con competenza nell’area per il supporto alle truppe a terra, impegnate tra l’altro in questi giorni in rilevanti esercitazioni. È il caso delle attività congiunte tra AfriCom e tre Paesi dell’Africa occidentale (Mali, Burkina Faso e Niger), volte a migliorare il coordinamento su attività di intelligence, d’investigazione antiterroristica e giudiziarie nel Sahel.

LE ALTERNATIVE

L’avvio dello sblocco del canale dovrebbe far rientrare l’allarme sul caso specifico a stretto giro. Eppure permangono preoccupazioni nel medio-lungo periodo. “Il Canale di Suez è un choke-point marittimo essenziale; più a lungo il passaggio rimane sospeso, maggiore è l’impatto sui transiti civili e militari”, diceva ieri a The Hill Rebecca Rebarich, portavoce del Comando centrale delle forze navali statunitensi, quinta flotta degli Stati Uniti. “Tuttavia – aggiungeva – abbiamo capacità alternative per mitigare l’impatto e assicurare il supporto alle nostre operazioni nell’area di responsabilità del Comando centrale, durante qualsiasi blocco, anche esteso”.

L’ANTI-PIRATERIA

A ciò si aggiungono le valutazioni di sicurezza sulle rotte alternative, come quelle che hanno intrapreso diverse navi per superare il blocco di Suez, puntando a sud lungo del coste africane. Sono le impervie acque in cui opera la pirateria, e in cui l’Italia ha da poco nuovamente assunto il comando della Forze navale della missione Ue Atalanta. “L’impegno del nostro Paese per la stabilità del Corno d’Africa e per la protezione e libertà di navigazione di uno dei choke-point più importanti per i traffici marittimi ha evidenziato proprio in questi giorni la sua attualità”, ha scritto su queste colonne Matteo Bressan, docente di Studi strategici presso la Lumsa, analista della Nato Defense College Foundation. Quanto accaduto a Suez, ha aggiunto, “ci fa capire come un’interruzione, anche temporanea, di uno dei choke-point del Mediterraneo possa avere un impatto devastante sull’economia del nostro Paese dove, il 36% dell’interscambio commerciale, viaggia via mare e rappresenta circa il 50% del nostro Pil”.

I RISCHI

Alla ricerca di rotte alternative, per le operazioni internazionali che operano nell’area l’attività potrebbe incrementarsi, mentre per le Guardie costiere dei Paesi rivieraschi il rischio maggiore riguarda la focalizzazione sull’anti-pirateria, a discapito delle altre funzioni. Lo ha spiegato a Voice of America Paul Sullivan, esperto di sicurezza internazionale e professore presso la National Defense University: “È tempo di ripensare e rafforzare gli accordi di sicurezza internazionale relativi ai choke-point”.

Lezioni strategiche dal canale di Suez. I piani del Pentagono

Il blocco del canale di Suez ha rimesso in moto il pensiero strategico-militare sui cosiddetti “choke-point”. Far arenare una porta-container potrebbe presto entrare tra le voci di “guerra asimmetrica”. Il Pentagono ha confermato la valutazione di rotte alternative per il supporto alle truppe fuori area, mentre già si pensa a un aggiornamento del diritto internazionale

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