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Il luogo comune vuole che, negli affari strategici, mentre gli appassionati parlano di tattica, i generali discutano di logistica. E, ancora una volta, quanto sta accadendo nel Golfo sembra confermarlo. L’Occidente ha costruito per decenni la propria dottrina militare attorno all’idea che la sola superiorità tecnologica fosse sinonimo di superiorità tout court. Questo conflitto, invece, sta incrinando tale certezza in modo difficilmente reversibile. Non perché i sistemi occidentali si stiano rivelando inefficaci — anzi — ma perché si stanno esaurendo. E quando le scorte si assottigliano, anche il sistema più tecnologicamente avanzato del mondo è inutile contro pietre e bastoni (o droni commerciali).

Quello a cui stiamo assistendo nel Golfo è la conferma ultima che la guerra moderna è entrata in una nuova fase. Una in cui i numeri contano quanto, e forse più, del livello tecnologico dei sistemi in campo. La logica dello scontro di attrito — consumare le risorse avversarie fino a renderle insostenibili — non è certo una novità nella storia militare, ma lo è nella storia recente. La stagione tra il 1991 e il 2022, caratterizzata da conflitti-lampo e disparità incolmabili tra gli attori in campo, aveva forse convinto i più che le guerre potessero essere vinte unicamente grazie ad armi miracolose. Ma, come compresero a loro spese i sostenitori delle Wunderwaffen tedesche durante la Seconda guerra mondiale, nei conflitti prolungati tra Stati la sostenibilità dello sforzo sul lungo periodo conta quanto (se non più) dell’arsenale a disposizione.

La guerra entra in una nuova fase

Non è la prima volta che questi segnali si manifestano. Il conflitto ucraino aveva già mostrato con chiarezza come la guerra ad alta intensità generi una domanda di munizioni e sistemi che le basi industriali occidentali, sensibilmente ridimensionate dopo la fine della Guerra Fredda, faticano a soddisfare. Erano lezioni leggibili nell’impiego estensivo dell’artiglieria, nei ritardi nelle forniture di intercettori e nella difficoltà di ricostituire gli stock svuotati dal supporto a Kyiv. Ma l’Ucraina era, almeno nella narrazione prevalente, un caso specifico, geograficamente circoscritto e condizionato dalla provenienza esterna di sistemi e munizioni. Il Golfo, al contrario, vede la potenza militare statunitense direttamente sul campo, con i propri sistemi e le proprie scorte, e i limiti che emergono non sono contingenti al contesto specifico, ma rilevano criticità strutturali direttamente riferibili a un’impostazione dottrinaria che aveva – evidentemente – elevato le tattiche delle cosiddette guerre al terrorismo a modello di riferimento per i conflitti futuri. Sbagliandosi.

Il cuore del problema è un’asimmetria produttiva che avvantaggia chi punta sulla massa. Un avversario che costruisce droni a basso costo in migliaia di unità non deve necessariamente abbattere ogni sistema avversario quando gli basta saturare le difese, forzare l’impiego di intercettori costosi per neutralizzare minacce economiche e logorare le scorte del difensore. L’Iran sta applicando questa logica con coerenza, combinando missili balistici, droni kamikaze e munizioni circuitanti in ondate sequenziali progettate non tanto per sfondare, ma per consumare, saturare e penetrare le difese. Il risultato è che la superiorità tecnologica occidentale — reale e indiscutibile sul piano qualitativo — si trova a competere con una strategia che non cerca di eguagliarla, ma di renderla insostenibile.

La potenza è tale solo se sostenibile

Negli ultimi cinque anni, gli Stati Uniti hanno acquistato complessivamente 322 missili da crociera Tomahawk. Meno di sessantacinque all’anno, in alcuni anni neanche uno. Il costo unitario di un Tomahawk si aggira attorno al milione e mezzo di dollari mentre, per contro, un drone Shahed-136 iraniano — il tipo più diffuso e riconoscibile — costa tra i ventimila e i cinquantamila dollari, e viene prodotto in serie da stabilimenti che l’Iran ha progressivamente ampliato e diversificato. Il rapporto di costo tra l’intercettore e il bersaglio è spesso di trenta a uno, a volte anche superiore. Un missile Pac-3 (quelli delle batterie Patriot) può costare dai 4 ai 12 milioni di dollari e, sebbene i tassi di intercettazione ne abbiamo confermato le capacità, ogni salva riduce scorte che richiedono mesi, se non anni, per essere ricostituite. La capacità produttiva statunitense di missili da crociera e intercettori avanzati è stimata in poche centinaia di unità l’anno, mentre attori come Iran e Russia hanno dimostrato di poter produrre droni nell’ordine delle migliaia di unità mensili, con filiere produttive che includono componenti civili di largo mercato e sono quindi più resilienti alle sanzioni e alle interruzioni della supply chain.

La guerra moderna si gioca dunque su due assi complementari che non possono essere (più) separati. Da una parte i sistemi avanzati — missili di precisione, piattaforme stealth, sensori — indispensabili per colpire obiettivi strategici e operare in ambienti altamente contestati. Dall’altra i sistemi sacrificabili — droni economici, loitering munitions, sciami autonomi — che generano la massa necessaria per portare alla saturazione. Chi possiede solo il primo asse senza il secondo è vulnerabile all’attrito. Chi possiede solo il secondo senza il primo non ha le capacità per infliggere un colpo decisivo. La superiorità strategica però si costruisce su entrambi e richiede una base industriale in grado di sostenerli simultaneamente. 

Un dato strategico al netto della tattica

La lezione del Golfo non smentisce il valore della superiorità tecnologica, semmai la conferma come condizione necessaria ma non sufficiente. Il dato però più rilevante ha a che fare con il tipo di conflitti che dobbiamo attenderci nell’immediato futuro. Stanti il ritorno della competizione tra grandi potenze e un ricorso sempre più diffuso all’impiego dello strumento militare, ha senso ritenere che i prossimi anni continueranno a essere caratterizzati da conflitti ad ampio spettro con un coinvolgimento sempre maggiore delle grandi potenze. Conflitti che, visti i toni apparentemente inconciliabili dei contendenti, difficilmente potranno risolversi rapidamente. 

Sia nel caso ucraino sia in quello iraniano, le ostilità hanno avuto inizio con l’idea che sarebbero terminate rapidamente. Invece, entrambe queste “guerre-lampo” proseguono ben oltre il tempo che ci mette la saetta ad apparire e scomparire. Se dunque la lezione tattico-operativa più importante che emerge da “Epic Fury” è l’importanza della catena logistica, quella strategica è che i conflitti odierni tendono strutturalmente a protrarsi nel tempo. E senza massa, tanto sul campo di battaglia quanto nei siti produttivi, questi tipi di conflitti non possono essere sostenuti. 

 

La lezione di Epic Fury. La superiorità tecnologica da sola non basta 

Nel Golfo si sta assistendo a una verifica impietosa dei presupposti su cui l’Occidente ha costruito la propria dottrina militare negli ultimi trent’anni. La superiorità tecnologica regge sul piano qualitativo, ma non su quello della sostenibilità. L’Iran produce droni a decine di migliaia, mentre gli Stati Uniti acquistano meno di sessantacinque missili Tomahawk all’anno. Il risultato è un’asimmetria produttiva che favorisce chi punta sulla massa e sul logoramento. La lezione che emerge dall’operazione Epic Fury non è nuova nella storia militare, ma è urgente sul piano strategico: senza capacità industriale adeguata, anche l’arsenale più avanzato del mondo può essere inutile

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