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Esistono date che appartengono alla cronaca ed esistono date che appartengono alla storia. L’11 settembre 2001 appartiene senza dubbio alla seconda categoria. A venticinque anni dagli attentati contro le Torri gemelle e il Pentagono, quella giornata ha ormai assunto una dimensione storica. Continuiamo infatti a vivere all’interno delle conseguenze geopolitiche, geoeconomiche e geostrategiche generate da quell’evento. L’11 settembre non fu soltanto il più grave attacco terroristico della storia contemporanea. Fu il momento in cui il sistema internazionale uscì definitivamente dall’illusione dell’ordine post-Guerra fredda ed entrò in una nuova fase caratterizzata da interdipendenza, instabilità e crescente complessità.

Negli anni Novanta l’occidente viveva il cosiddetto “momento unipolare” seguito al crollo dell’Unione Sovietica. La globalizzazione sembrava destinata a integrare progressivamente economie, società e sistemi politici, l’espansione del commercio internazionale appariva come un fattore di stabilizzazione e Internet prometteva di avvicinare popoli e culture. L’11 settembre infranse improvvisamente questa convinzione. Diciannove terroristi armati di semplici taglierini riuscirono a colpire il cuore della principale potenza mondiale, dimostrando che la superiorità militare, economica e tecnologica non garantiva l’invulnerabilità. Per la prima volta apparve evidente che le stesse reti che alimentavano la globalizzazione potevano trasformarsi in strumenti di minaccia. Da quel momento anche il concetto di sicurezza iniziò a cambiare profondamente. Non riguardava più soltanto la difesa dei confini o l’equilibrio militare tra Stati, ma coinvolgeva finanza, energia, trasporti, tecnologia, informazione e società. Fu l’inizio di una trasformazione che avrebbe progressivamente ampliato il concetto stesso di sicurezza nazionale e internazionale.

La risposta americana prese forma nella cosiddetta Global war on terror. L’intervento in Afghanistan raggiunse rapidamente il proprio obiettivo militare, ma molto più complessa si rivelò la costruzione di uno Stato stabile. Il ritorno dei Talebani a Kabul nel 2021 mostrò i limiti di una trasformazione politica sostenuta dall’esterno. Ancora più profonde furono le conseguenze dell’intervento in Iraq nel 2003. La caduta del regime di Saddam Hussein alterò gli equilibri regionali, favorì l’espansione dell’influenza iraniana, alimentò tensioni settarie e contribuì a indebolire le istituzioni statali. Da quel contesto sarebbe successivamente emerso lo Stato Islamico. A distanza di venticinque anni emerge uno dei grandi paradossi dell’era post-11 settembre: gli Stati Uniti ottennero importanti successi tattici nella lotta al terrorismo, ma il sistema internazionale che ne emerse risultò più instabile e competitivo di quello che avevano cercato di mettere in sicurezza. All’indomani degli attentati, l’idea dello “scontro di civiltà” sembrò offrire una spiegazione immediata degli eventi.

A venticinque anni di distanza possiamo però affermare che quella lettura si è rivelata insufficiente. Il terrorismo jihadista, di cui al Qaeda rappresentò la principale espressione, utilizzò certamente una narrativa di contrapposizione culturale e religiosa. Tuttavia, le grandi dinamiche geopolitiche del primo quarto di secolo sono state determinate da fattori molto più complessi: l’ascesa della Cina, il ritorno della Russia sulla scena internazionale, la rivoluzione digitale, la competizione tecnologica, le crisi energetiche, le trasformazioni demografiche, la guerra in Ucraina e la crescente centralità dell’intelligenza artificiale. L’evoluzione del sistema internazionale conferma questa trasformazione. Al Qaeda è stata fortemente ridimensionata, Osama bin Laden è stato eliminato e lo Stato Islamico ha perso il controllo del territorio conquistato in Siria e Iraq. Eppure, il mondo non è diventato più stabile.

Mentre gli Stati Uniti concentravano gran parte delle proprie energie nella lotta al terrorismo, altre potenze hanno rafforzato la propria posizione strategica. La Cina è cresciuta fino a diventare il principale competitore degli Stati Uniti sul piano economico e tecnologico, mentre la Russia ha progressivamente ricostruito le proprie capacità militari e la propria influenza geopolitica. Anche il terrorismo si è trasformato. Se nel 2001 il cuore della minaccia jihadista era localizzato tra Afghanistan e Pakistan, oggi il principale epicentro della violenza estremista si trova in Africa. Il Sahel, il bacino del lago Ciad, il Corno d’Africa e il Mozambico sono diventati i nuovi teatri dell’insorgenza jihadista. L’occidente è riuscito a colpire duramente le principali organizzazioni terroristiche, ma non ha eliminato le condizioni che ne favoriscono la crescita.

Negli ultimi venticinque anni sono cambiati sia il modo di influenzare sia il modo di combattere. La competizione si svolge sempre più nel dominio cognitivo, attraverso il controllo delle informazioni e delle narrazioni, mentre i conflitti vedono l’impiego crescente di droni, satelliti commerciali, intelligenza artificiale e sistemi autonomi. Come dimostra la guerra in Ucraina, il centro di gravità non è più soltanto la singola piattaforma, ma la rete che collega sensori, decisori ed effettori. In questi venticinque anni si è spesso parlato del declino dell’occidente. Più che a un declino, abbiamo assistito alla fine del suo monopolio: il mondo è diventato multipolare, ma non post-occidentale. È forse questa la lezione politica più importante dell’11 settembre. Il terrorismo non mira soltanto a colpire vite umane, ma a diffondere paura, dividere le società e spingere le democrazie a rinunciare ai propri principi. Venticinque anni dopo, nonostante errori, crisi e polarizzazioni, le istituzioni democratiche hanno continuato a funzionare e le società aperte hanno conservato la loro capacità di innovazione e adattamento.

Venticinque anni dopo l’11 settembre il mondo appare più complesso, interconnesso e instabile. Il terrorismo si è trasformato, le guerre hanno assunto forme nuove e la competizione geopolitica è tornata al centro della storia. Eppure, il terrore non ha prevalso. Le democrazie hanno attraversato crisi e divisioni, ma hanno dimostrato una notevole resilienza. Questa è forse l’eredità più importante dell’11 settembre: la consapevolezza che libertà e sicurezza non sono conquiste definitive, ma equilibri da preservare ogni giorno.

Formiche 227

Dalla guerra al terrore alla guerra ibrida. L'11 settembre e la metamorfosi della minaccia

A venticinque anni dagli attentati alle Torri gemelle, il terrorismo non è più l’unica minaccia alla sicurezza globale. Dalla guerra ibrida alla competizione tecnologica, fino all’intelligenza artificiale, l’eredità dell’11 settembre continua a plasmare un mondo più complesso e instabile. L’analisi del generale Pasquale Preziosa

Difendere la libertà per onorare la memoria. Il significato più profondo dell’alleanza transatlantica

Le immagini dell’11 settembre appartengono ormai ai libri di storia. Ma la domanda che ci consegnano resta ancora attuale: quale società vogliamo costruire davanti alle sfide del nostro tempo? La risposta non può essere la paura, ma la capacità di rimanere fedeli ai valori che hanno reso le democrazie occidentali un punto di riferimento. L’analisi di Simone Crolla, consigliere delegato della American chamber of commerce in Italy

Perché non dobbiamo sottovalutare i rischi del terrorismo. Scrive Manciulli

Di Andrea Manciulli

È stato un errore considerare gli attentati come il prodotto di una fase ormai conclusa, anziché come l’anticipazione di forme di conflitto destinate a ripresentarsi con strumenti, attori e modalità differenti. Dal 2001 a oggi il jihadismo è cambiato profondamente, ma non per questo può essere considerato meno preoccupante. L’analisi di Andrea Manciulli, direttore delle Relazioni istituzionali della fondazione MedOr e esperto di terrorismo e sicurezza internazionale

L’Iran torna a produrre missili balistici. Cosa rivela il Wall Street Journal

Secondo il Wsj, Teheran avrebbe ripreso ad assemblare missili balistici utilizzando componenti accumulati prima della guerra e strutture sotterranee. La produzione resta inferiore ai livelli precedenti al conflitto, ma mostra la capacità del programma iraniano di sopravvivere alla campagna di attacchi contro la sua infrastruttura industriale

L’11 settembre e l’età dell’odio che ha cambiato l’Occidente. La riflessione di Giuliano Amato

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L’11 settembre ha aperto una nuova stagione di conflitti e paure che ha trasformato l’Occidente. Dalla guerra al terrorismo alla radicalizzazione delle società, fino all’ascesa dell’hate speech e degli estremismi, è nata quella che molti definiscono l’“età dell’odio”. La riflessione di Giuliano Amato, presidente onorario del Centro studi americani e già presidente del Consiglio

Spazio, quale Europa esce dal summit internazionale di Parigi 

Il summit di Parigi ha messo a nudo tutti i paradossi dello spazio europeo, dalle ambizioni agli investimenti, oltre a una dipendenza dall’esterno che resta ancora difficile da colmare. L’industria chiede una svolta, mentre Stati Uniti e Cina accelerano. Nel frattempo, si guarda alla ministeriale Esa di Roma a dicembre

Come il Parlamento (unito) riformerà il cinema italiano. Scrive Prosperi

L’approvazione alla Camera dei deputati, con un voto quasi unanime che ha superato le tradizionali steccate ideologiche, del testo unificato di riforma del settore segna per l’Italia un passaggio di maturità istituzionale e strategica di primaria importanza. Il commento di Carlo Prosperi, caposegreteria della presidenza della commissione Cultura della Camera e docente presso il master in Management dell’audiovisivo di Treccani Accademia

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A venticinque anni dall’11 settembre, l’Occidente resta il riferimento per libertà e democrazia, ma la sua tenuta è sfidata all’esterno dai regimi autoritari e all’interno dal confronto tra chiusure sovraniste e difesa di Stato di diritto, pluralismo e libertà. Il commento di Nicola Latorre, professore di Relazioni internazionali presso la Luiss Guido Carli

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Nove miliardi di varianti, una nuova frontiera. Cosa cambia con AlphaGenome secondo Novelli

Con AlphaGenome Atlas, Google DeepMind mette a disposizione della ricerca uno strumento straordinario per interpretare miliardi di varianti del genoma umano e accelerare la medicina di precisione. Una frontiera, quella della genomica, che apre opportunità enormi anche per l’Italia, forte di competenze scientifiche, reti cliniche e infrastrutture che possono diventare la base di una strategia genomica nazionale. Il punto del genetista Giuseppe Novelli dell’Università di Roma Tor Vergata

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