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Il controllo Houthi su Bab el-Mandeb, la rottura tra Arabia Saudita ed Emirati ad Hadramawt, il fronte di Taiz che resiste a fatica: tre analisti e giornalisti yemeniti ricostruiscono per Formiche.net i pezzi di un mosaico che sta ridisegnando gli equilibri di potere nello Yemen e nel Mar Rosso.

Non la fine della guerra, ma l’inizio di una fase nuova

Per Tawfiq al-Hamidi, avvocato e attivista politico e per i diritti umani yemenita, la presa Houthi sull’area di Bab el-Mandeb “va letta come un passaggio a una nuova fase della guerra, e non come la semplice fine di un round militare”. Una parte importante della mappa del potere è cambiata, spiega, “ma la situazione non si è ancora stabilizzata, e i fronti restano aperti su possibilità che potrebbero ridisegnare gli equilibri di controllo nel periodo a venire”.

Al-Hamidi ricostruisce la sequenza dell’escalation: dalla crisi del velivolo iraniano “Mahan”, all’annuncio Houthi della fine della fase di “de-escalation”, fino al blocco imposto alle navi saudite con lo slogan “assedio per assedio”. Il 3 settembre le forze Houthi hanno lanciato un attacco su vasta scala nell’ovest di Taiz, in particolare su Maqbana, al-Waziyah e Jabal Habashi, “utilizzando grandi numeri di combattenti”. Nella prima fase, sottolinea l’analista, le forze governative “sono riuscite a resistere e ad assorbire il colpo”, nonostante operino “con una grave carenza di armi e munizioni e con il pagamento irregolare degli stipendi” – un dato che per lui costituisce “un indicatore importante della natura della battaglia e della capacità dei combattenti locali di resistere nonostante la debolezza dei mezzi”.

Il ritiro che ha cambiato il fronte

La svolta più grave, secondo al-Hamidi, è arrivata con il ritiro di unità della Resistenza Nazionale guidata da Tareq Saleh, che ha portato alla caduta del campo di Khalid bin al-Walid e a un rapido avanzamento Houthi fino alla caduta della città e del porto di Mokha. L’analista è però cauto sulle accuse circolate: “Vi sono testimonianze sul campo che parlano di un coordinamento condotto da alcuni ufficiali delle forze di Tareq Saleh durante le operazioni di ritiro, ma si tratta di informazioni che necessitano di un’indagine indipendente, legale e militare prima di poter essere trattate come un fatto definitivo”. Lo stesso vale per le voci su un presunto ruolo emiratino legato alla precedente espulsione delle forze filo-emiratine da Hadramawt: “la gravità di queste accuse impone di trattarle come ipotesi che richiedono un’indagine, non come verità già dimostrate”.

Dopo Mokha, gli Houthi si sono spinti fino a Dhubab e all’isola di Mayun, “un sito geografico estremamente sensibile nel cuore dello stretto”, mentre lo sfollamento ha superato le centomila persone dirette verso Aden, Taiz e Gibuti, in un contesto segnato da denunce di saccheggi, arresti e “pratiche che portano una dimensione vendicativa che va oltre le operazioni militari stesse”.

La partita di Bab el-Mandeb tra Iran, Russia e Arabia Saudita

Sul piano regionale, al-Hamidi osserva che gli Houthi “affermano che i passaggi marittimi resteranno aperti alla navigazione”, un messaggio che punta a “separare il controllo militare sullo stretto dall’interruzione della navigazione”, perché il movimento “sa bene che il controllo su Bab el-Mandeb offre un peso strategico enorme, ma bloccare la navigazione potrebbe trasformare rapidamente questo guadagno in un motivo per un intervento internazionale più ampio”. Per Teheran, la presenza di “un alleato capace di esercitare un’influenza reale vicino a uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo” costituisce “una carta di pressione aggiuntiva in ogni futuro confronto con gli Stati Uniti o i suoi alleati”, accanto a Hormuz. Su Mosca, l’analista invita alla prudenza: un’eventuale convergenza di interessi legata al rialzo dei prezzi del petrolio “va distinta dalla prova di una partecipazione russa diretta alla battaglia, perché quest’ultima richiede prove più chiare”.

Quanto a Riad, secondo al-Hamidi il nodo decisivo sarà “se la Arabia Saudita entrerà in modo più diretto nella guerra, o preferirà fornire un sostegno militare, logistico e di intelligence più ampio al governo legittimo per chiudere la battaglia del nord”. L’analista individua quattro obiettivi Houthi in questa fase – rompere l’equilibrio geografico consolidato, aumentare la pressione su Riad, imporsi come fatto compiuto internazionale, offrire a Teheran una carta regionale in più – e altrettanti possibili scenari, dal consolidamento del controllo costiero fino alla “internazionalizzazione di Bab el-Mandeb” nel caso in cui lo stretto venisse usato contro le navi, scenario che definisce “il più pericoloso per gli Houthi stessi, perché potrebbe trasformare il guadagno di Bab el-Mandeb in un peso militare e politico e in un logoramento di lungo periodo”.

Lo strappo Riad-Abu Dhabi dietro il crollo del fronte

Una lettura complementare arriva da Abdelrahman Alshaybani, analista yemenita per cui il crollo del fronte di Mokha “non può essere separato dagli eventi accelerati vissuti dallo Yemen dall’inizio del 2026” e dalle tensioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, “di cui lo Yemen è stato il teatro più importante”.

Alshaybani ricostruisce la crisi partita a dicembre 2025, quando le forze del Consiglio di Transizione del Sud, sostenuto da Abu Dhabi, si sono ribellate per spingersi verso Hadramawt e al-Mahra, spingendo Riad a tentare per oltre un mese una mediazione. Il punto di rottura, racconta, è arrivato quando gli Emirati hanno inviato un carico di mezzi ed equipaggiamento militare al porto di Mukalla per sostenere le forze del Consiglio: “nonostante gli avvertimenti sauditi, la nave ha scaricato il suo carico nel porto ed è iniziato lo sbarco”, finché l’aviazione saudita ha bombardato quei mezzi, in quello che l’analista definisce “il primo scontro diretto tra i due alleati acerrimi in Yemen”. Il giorno seguente il presidente Rashad al-Alimi ha tolto ogni copertura politica alla presenza militare emiratina, concedendo ad Abu Dhabi 24 ore per ritirare le proprie forze.

Per Alshaybani gli Emirati hanno incassato “questo schiaffo” senza commenti pubblici, pur essendosi presentati per un decennio come “la nuova Sparta”, presente da Libia a Sudan fino allo Yemen. Ma l’eredità lasciata sul terreno – le forze della Resistenza Nazionale guidate da Tareq Saleh, erede delle ex “Guardie della Repubblica” armate e finanziate da Abu Dhabi lungo la costa occidentale – è passata sotto la responsabilità saudita. Da qui l’interrogativo dell’analista: se Abu Dhabi, “adirata con Riad”, potesse accettare “a cuor leggero” che la Arabia Saudita ereditasse quel patrimonio militare e ne raccogliesse i frutti dopo un decennio di investimenti.

È in questa cornice che Alshaybani colloca il successivo ritiro delle forze di Tareq Saleh da Mokha e da Bab el-Mandeb, sottolineando però la necessità di cautela: “Non è detto che Tareq Saleh o altri siano traditori o collusi: ciò presuppone quanto dimostrato o smentito da inchieste militari condotte dagli organi competenti”. Resta il fatto, osserva, che poche ore dopo il crollo del fronte l’accademico legato alla famiglia regnante di Abu Dhabi, Abdulkhaleq Abdulla, ha pubblicato tweet carichi di soddisfazione per la sconfitta subita dagli alleati di Riad – un dettaglio che, per Alshaybani, la dice lunga sul clima tra i due ex alleati.

Il fronte di Taiz visto da chi lo racconta sul campo

Sul terreno, Ameen Dabwan, giornalista yemenita presente sul fronte di Taiz dove le truppe governative cercano di fermare l’avanzata Houthi, documenta la rapidità del cambio di controllo sulla costa occidentale: il movimento ha imposto la propria sovranità su quattro distretti chiave di Taiz – Mokha, al-Waziyah, Mawza e Dhubab – oltre a due distretti a sud di Hodeida, tra cui Hays e al-Khokha, prima sotto l’influenza delle forze congiunte guidate da Tareq Saleh, incassando nel ritiro “quantità di armi pesanti, mezzi blindati ed equipaggiamento militare”. L’avanzata si è estesa fino al controllo delle isole Hanish, “imponendo una nuova realtà in prossimità delle rotte di navigazione internazionali e dello stretto di Bab el-Mandeb”.

Sul fronte opposto, Dabwan riferisce di raid aerei mirati contro i convogli di armi e mezzi sottratti agli Houthi durante il trasferimento da Mokha verso Sana’a, e di un ammassamento di unità delle Brigate dei Giganti e delle forze “Scudo della Patria” nell’area di Ras al-Ara, in preparazione di un’operazione per riconquistare le posizioni perdute intorno a Bab el-Mandeb e Mokha. Il Consiglio Supremo della Resistenza Popolare filo-governativa ha lanciato appelli alla “mobilitazione generale” per rafforzare i presidi nei distretti rimanenti. Sul fronte settentrionale, tra al-Jawf, Marib e al-Bayda, Dabwan segnala invece progressi delle forze governative, con la riconquista di aree come al-Yatama e il campo di al-Labanat.

Per il giornalista, la posta in gioco più ampia riguarda proprio l’incrocio tra i due stretti strategici: il controllo Houthi su Bab el-Mandeb, combinato con l’influenza iraniana su Hormuz, “mette le chiavi delle rotte di navigazione e dei percorsi energetici mondiali nelle mani di questa alleanza”, una prospettiva che definisce fonte di “una preoccupazione internazionale della massima gravità” per la sicurezza dei traffici commerciali globali.

Tre chiavi di lettura, un solo interrogativo aperto

Le tre testimonianze convergono su un punto: la caduta di Mokha e l’arrivo Houthi a Bab el-Mandeb non chiudono la guerra yemenita, ma ne aprono un capitolo più incerto, in cui si intrecciano la tenuta del fronte di Taiz, la frattura tra Riad e Abu Dhabi ereditata dalla crisi di Hadramawt, e la possibilità che lo stretto diventi, come sintetizza al-Hamidi, “una carta di potere il cui valore dipenderà dal modo in cui verrà usata” – un guadagno strategico duraturo, oppure l’innesco di una crisi che travalica i confini yemeniti.

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