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Nel libro “Dopo”, a cura di Alessandro Campi e uscito in versione e-book gratuito a maggio 2020, alcuni autori — tra cui chi scrive — si sono cimentati a dare delle proiezioni su come la pandemia cambierà vari aspetti della nostra vita pubblica. Nonostante all’epoca questo fosse in parte esercizio per esorcizzare le proprie paure durante la confusa fase iniziale del virus, alcuni degli attuali trend sono stati previsti con una certa precisione. Nella dimensione internazionale, si disse che vi sarebbe stata una corsa mondiale al vaccino, asset strategico simile agli armamenti nucleari nel secondo dopoguerra. Questo avrebbe anche attivato delle “guerre degli aiuti”, ridefinendo zone di influenza e alleanze a livello globale.

Se il framework generale è stato confermato, vi sono alcune sotto trame che è bene commentare, per metterlo meglio a fuoco. Una delle più evidenti è la scarsità di notizie sui vaccini russo e cinese nei media nostrani — monopolizzati dalla accesa competizione a colpi di annunci tra colossi farmaceutici come Pfizer, Moderna, AstraZeneca. A un primo sguardo si potrebbe concludere che questo silenzio sia dovuto al consueto ostracismo del mainstream occidentale verso due Paesi dominanti del “fronte opposto”, seguendo orme di un filone oramai storicamente consolidato. È una chiave di lettura “classica” da non escludere — se non altro per i suoi numerosi precedenti, anche recenti. Si vedano, per esempio, i sospetti sugli aiuti russi e cinesi all’Italia durante la fase iniziale del Covid, nonostante la loro oggettiva efficacia e al netto dello scontato interesse politico dei donatori. Oppure lo scetticismo che ha accompagnato lo stesso annuncio russo sulla scoperta di Sputnik V, da subito accusato di essere stato rivelato troppo in anticipo, senza una accurata sperimentazione. In realtà Sputnik V è in fin dei conti comparso solo un paio di mesi scarsi prima dei Big-pharma; guarda caso, proprio quelli che i russi hanno avuto di vantaggio per avere raccolto sul campo le sequenze virali a Bergamo e Brescia. E quasi sicuramente Mosca ha iniziato una sua sperimentazione segreta nel campo militare ben prima di quella riportata sulle riviste scientifiche e riconducibile al suo ministero della Sanità.

Eppure, questa freddezza occidentale nei confronti del vaccino russo e cinese può anche essere letta come un capitolo del sempreverde e trasversale scontro tra settore pubblico e privato. Dove non conta tanto la provenienza geografica del prodotto, quanto gli obiettivi che si pone il produttore.Se infatti la matrice dell’origine dei vaccini di Pechino e Mosca è fortemente statale (Sputnik lo ha rimarcato a partire dal “nome sacro” scelto per battezzarlo e dal fatto che è stato lo stesso presidente Vladimir Putin ad annunciarlo); quella Occidentale ha dei tratti imprenditoriali che sembrano avere preso il sopravvento. I vaccini europei richiedono condizioni (produzione, stoccaggio a temperature bassissime, distribuzione, eccetera) di cui a sua volta il settore pubblico è sprovvisto e per fronteggiare le quali dovrà fare affidamento ancora sul settore privato, probabilmente non a buon mercato.

Nel campo Occidente, in definitiva, l’obiettivo dei produttori del vaccino sembra essere economico più che politico. Alcuni aspetti finanziari fanno intuire risvolti di business che lasciano perplessi anche i pro-vax più convinti (emblematico l’esempio del Ceo di Pfizer che vende le sue azioni per milioni il giorno stesso dell’annuncio della finalizzazione del rispettivo vaccino).

Russia e Cina, invece, sembrano avere seguito una strada opposta, creando vaccini che puntano in primis a essere strumento politico, prodotti sotto l’egida statale, a prezzi modici e a condizioni logistiche alla portata di tutti. Quello russo pare sia disponibile per l’export in Paesi terzi in una versione liofilizzata low-cost e conservabile in normali frigoriferi al pari di un siero anti-vipera. Impressiona il fatto che Mosca — tra partite di vaccino già inviate ma soprattutto accordi di produzione in loco conclusi con la stessa Cina, con India, Brasile, Corea del Sud, Egitto, Nigeria, eccetera – prometta di coprire indirettamente più del 50% della popolazione mondiale.

Efficacia medica a parte (non spetta all’analista giudicarla) il dato da ora evidente è che il vaccino di produzione statale si sta già rivelando un potente strumento politico per Mosca e Pechino. Sul piano interno, per rafforzare il consenso: sia Russia sia Cina stanno provvedendo a piani di vaccinazione di massa in anticipo su quelli europei. Sul piano internazionale, per una affermazione in quelle aree geografiche dove il vaccino è esportato a condizioni favorevoli sulla base di alleanze e scelte geo-politiche. E non di scelte economiche. Questo raggio di azione (si parla di circa 50 Paesi) può fare capitalizzare un vantaggio strategico internazionale a Mosca e Pechino e creare un divario diplomatico difficilmente colmabile con i Paesi occidentali, presi come sono dal giocare in difesa a cercare, bene che vada, di ottenere dai Big-pharma le dosi necessarie per vaccinare la loro popolazione.

Corre il rischio di essere un serio problema una prevedibile totale assenza dell’Unione europea e anche in parte degli Stati Uniti dalla distribuzione di vaccini al di fuori dei propri confini in quelle aree del mondo dove, nel recente passato, sono stati i principali donatori di aiuti. Soprattutto se questi spazi vuoti (emblematico il caso di Serbia e Israele) ora vengono riempiti da Russia e Cina, prima con interventi di urgenza; poi con programmi di assistenza sempre più istituzionalizzati.

Se la “guerra degli aiuti” con il vaccino al centro era stata dunque un fenomeno previsto al comparire del Covid, più sorprendente oggi è constatare l’assenza dell’Occidente da quella che sembra una partita persa a tavolino, prima ancora di essere giocata.

D’altro canto, ragion di Stato e interesse nazionale male si conciliano con una produzione imprenditoriale privata del vaccino. Per non dire con un idea di sanità pubblica smantellata.

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