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Ci sono un miliardo e mezzo di motivi per accelerare sull’accordo commerciale con l’India, “fondamentale anche alla luce delle tensioni geopolitiche”. Ovvero il numero delle persone coinvolte in un mercato che può essere molto positivo per l’Unione Europea. Le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, raccontano come Italia e India stanno proseguendo in un rapporto fatto di fiducia e prospettiva, nella consapevolezza che il fertile terreno politico dato dalle fitte interlocuzioni fra Giorgia Meloni e Narendra Modi ha un fisiologico punto di caduta in un Paese come l’India che rappresenta una delle principali direttrici di crescita per l’export italiano. L’occasione è l’evento “India -Italia: business partner, brighter future”, organizzato a Milano da Il Sole 24 Ore e Banco Bpm: ovvero un desco articolato dove far sedere assieme i soggetti istituzionali, politici e imprenditoriali che dovranno spingere questa speciale relazione.

Punto di partenza l’esigenza di individuare nuovi sbocchi commerciali anche alla luce della crisi in Medio Oriente. Il vertice di Confindustria lo ribadisce quando chiede “reciprocità” e cita come esempio positivo quello del Gruppo Iveco, che ha raggiunto a luglio scorso un accordo con Tata Motors la quale rileverà il gruppo, eccezion fatta per l’area difesa, creando così un soggetto globale nel settore dei veicoli commerciali. “Questa grande collaborazione è la partenza per costruire dei ponti su alcune industrie, in rappresentanza reciproca dei Paesi, ora fare in modo che l’Italia cresca e possa essere performante per mantenere questo rapporto”.

Ma chi sta operando fisicamente in India? Sace e Simest. La prima ha dato nel 2025 66 miliardi di garanzie sovrane della Repubblica Italiana, ha ricordato il presidente Guglielmo Picchi, secondo cui “c’è l’impegno forte da parte del governo, da sempre, di mettere a disposizione il bilancio pubblico per fare impresa all’estero, gli imprenditori italiani sono capacissimi di fare e di andare all’estero anche senza il sistema Italia, ma il sistema Italia esiste”.

In questo senso spicca il ruolo di Sace, in grado di accompagnare le aziende con gli export advisor e gli strumenti per ridurre i rischi, con un portafoglio di transazioni assicurate di 2 miliardi di euro. In secondo luogo Simest ha aperto una sede a Nuova Delhi al fine di creare una strategia di supporto alle imprese: così va letto l’impegno volto a un solido clima di fiducia che, secondo l’ad di Simest, Regina Corradini D’Arienzo, rappresenta un “presupposto imprescindibile per sostenere i percorsi di internazionalizzazione del sistema produttivo italiano”.

Per la crescita in un mercato chiave come quello indiano Simest ha realizzato una serie di iniziative che vanno dalla strategia di supporto alle imprese a una misura di investimento dedicata, dall’apertura di una sede a Nuova Delhi fino alla semplificazione degli iter burocratico-amministrativi. Secondo D’Arienzo si tratta di un modello di intervento “che prima ancora degli strumenti finanziari, vuole affiancare le imprese per facilitare a trovare opportunità di business lungo un percorso strutturato e sostenibile di crescita internazionale, rafforzando la competitività complessiva del Made in Italy”.

Per cui per l’Italia l’India è occasione che “non possiamo farci sfuggire”, come osservato da Giuseppe Castagna, amministratore delegato Banco Bpm Milano, dal momento che è un bacino in grado di raddoppiare le dimensioni di export, parliamo. Le premesse, ha spiegato, sono più convincenti rispetto a qualche anno fa: c’è un sistema bancario fortissimo, con una capacità di accompagnare gli imprenditori in tutte le loro esigenze e c’è in pista un sistema Italia “che funziona meglio di prima”.

Tra i due Paesi, come è noto, è in piedi il Piano d’Azione Italia-India 2025/2029 siglato nel novembre scorso dalla premier Meloni e il primo ministro indiano Modi per investire, tramite collaborazioni, programmi e iniziative congiunte, in settori altamente strategici come l’attrazione degli investimenti, lo spazio e la connettività.

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