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La “Oruc Reis”, la nave da esplorazione geofisica turca al centro della contesa con la Grecia iniziata formalmente ad agosto, è tornata nelle acque contese del Mediterraneo orientale – bacino caldissimo dove nuove scoperte su reservoir di idrocarburi hanno riacceso la partita geopolitica e la diatriba territoriale tra i due alleati Nato.

Che a settembre il rientro al porto di Antalaya della nave turca non fosse una ritirata era piuttosto chiaro. Dopo che per settimane aveva bazzicato le acque di Kastellorizo, era tornata nello scalo solo per ragioni tecniche. Era stato il ministero della Difesa di Ankara a dichiararlo, mentre da varie parti del governo si spiegava che la Turchia non intendeva uscire dalla contesa e che “presto” avrebbe ricominciato le attività secondo i propri interessi.

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Un mese dopo, oggi, Ankara annuncia che la Oruc sarà nelle acque contese con la Grecia per una missione di almeno dieci giorni, con cui ultimerà il lavoro precedente. E sarà sempre scortata dai mezzi navali della Difesa, circostanza che ha aumentato l’irritazione di Atene, che considera la presenza della nave una violazione territoriale e una provocazione.

Delegati turchi e greci sono a colloquio in un tavolo di dialogo istituito dalla Nato, che è l’organismo internazionale che in questo momento può far valere maggiormente il peso negoziale sul dossier – la diplomazia militare guidata dagli Stati Uniti è da sempre un terreno di contatto forte e ascoltato.

La disputa attuale attorno a Kastellorizo è molto più ampia dei collegamenti coi potenziali giacimenti di oil&gas su quei fondali. La Turchia cerca il mare come dimensione strategica e si trova accerchiata da un sistema geopolitico che vede coinvolti Egitto, Grecia, Cipro, in parte Israele e la benedizione esterna della Francia. Rivendicare il diritto di portare avanti i propri interessi in quel tratto di bacino è dunque una necessità per Ankara, richiamo di carattere imperiale, volontà di espansione e rafforzamento internazionale.

In questo, una fotografia dell’accerchiamento che la Turchia sente di soffrire arriva dal Mar Nero, dove in questi giorni navi da guerra egiziane e russe si trovano insieme per compiere esercitazioni in un bacino in cui Ankara gioca un ruolo talassocratico col Bosforo. L’Egitto è nemico della Turchia nel quadro di contrasto intra-sunnismo, dove è allineato con gli Emirati Arabi Uniti – che hanno mandato unità militari a esercitarsi con la Grecia nel Mediterraneo orientale proprio rivendicando questa rivalità con Ankara.

Lo scontro Turchia-Egitto/Emirati si esplica in Libia (dove i turchi stanno con la Tripolitania onusiana e gli emiratini con i ribellid della Cirenaica), così come nel Golfo, dove Abu Dhabi ha definito “elemento di instabilità” la presenza in Qatar di forze armate turche (arrivate nel giugno del 2017 quando Doha è stata messa sotto isolamento diplomatico sempre nell’ambito di quel confronto intra-sunnita). La Russia è invece un partner-rivale della Turchia, con cui si confronta sempre in Libia così come nel Caucaso e in Siria.

Torna la Oruc Reis nel Mediterraneo. La Turchia accerchiata non molla la presa

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