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Esiste un capitalismo, non predatorio e non piratesco, che punta sul digitale, l’economia green, la responsabilizzazione sociale dell’impresa. Il “capitalismo buono” lo definisce Stefano Cingolani, giornalista economico di lungo corso, dall’Unità, passando per il Corriere della Sera fino a diventare una delle firme più apprezzate del Foglio, che è poi anche il titolo del suo ultimo pamphlet pubblicato dalla Luiss University Press, con prefazione di Giuseppe De Rita (160 pagine, 15 euro). Un libro pieno di suggestioni, idee, aneddoti, diviso in 12 capitoli, dove l’autore dimostra come un nuovo paradigma di capitalismo il cosiddetto DVR, “di­gitale, verde e responsabile”, potrà essere il motore di cambiamento, capace di affrontare con efficacia i bisogni e le priorità che stanno emergendo nelle nostre società dopo la pandemia del Covid-19.

Strano che un giornalista come te, cresciuto “a pane e Unità”, arrivi ad elogiare il capitalismo…

La mia è una riflessione sul capitalismo che definisco Proteo, la natura di questo sistema economico e sociale è di essere in continuo mutamento. Il fattore fondamentale è la capacità del mercato, con le sue imprese e suoi attori principali, di aderire ai nuovi bisogni e alle nuove domande che vengono dalla società. Il capitalismo per me non è mai stato un sistema di pochi ricchi che comandano, non è fatto di finanzieri che soggiogano il sistema. Per me è esattamente il contrario, è la naturale trasformazione sociale che viene dal basso. Una riflessione che avevo in mente di scrivere già prima della pandemia.

Già ho letto che scrivi che questo libro nasce quando ancora il coronavirus sembrava più un’influenza che la catastrofe che si è dimostrata…

Esatto, però poi mi è sembrato che questa pandemia abbia accentuato alcune tendenze che erano ancora nella loro forma embrionale. La salute, l’ambiente, il riequilibrio delle risorse e dei fattori di produzione: sono tutti argomenti che oggi sono nell’ordine dell’agenda politica ed economica. Se, come scrisse Milton Friedman, “la responsa­bilità sociale delle imprese è aumentare i pro­pri profitti”, è urgente oggi chiedersi se non sia possibile farlo anche rispettando principi di sostenibilità ambientale, economica e sociale. Siamo agli inizi di un’altra grande trasforma­zione, che guiderà un nuovo ciclo di sviluppo e cambierà la democrazia, anch’essa destinata a diventare digitale, verde e responsabile. La trasformazione è in atto e la risposta è ancora in sospeso: ma la riforma è necessaria e ur­gente per evitare che Proteo si trasformi in Uroboro, il serpente che divora sé stesso.

E se girassimo il titolo del tuo libro, esiste un capitalismo cattivo?

Certo quello che guarda al breve periodo, quello che poi ha provocato anche la grande crisi di 10 anni fa, quello che punta all’utile che si può fare in un trimestre e di tutto il resto se ne frega. Per fortuna c’è un’autocritica che è partita anche dalla finanza, basti pensare a quello che ha scritto il Ceo di BlackRock Larry Fink che ha messo al centro la sostenibilità come principale approccio per gli investimenti.

E in Italia, secondo te, c’è più un capitalismo buono o cattivo?

C’è tanto capitalismo buono che non riesce più a rialzare la testa, a fare massa, a diventare egemone, a determinare le linee di indirizzo dell’economia e della società. Penso alle filiere delle piccole e medie imprese, ai distretti industriali che hanno prodotto, come diceva lo storico Carlo Cipolla, “le cose belle che piacciono al mondo”. O all’export che, essendo l’Italia un paese primo di materie prime e trasformatore, ha retto per anni la nostra economia. Basta guardare alla farmaceutica dove siamo fortissimi, pensiamo al laboratorio di Pomezia che sta facendo il vaccino anti Covid, però la più grande azienda tricolore non arriva a 2 miliardi di fatturato mentre l’inglese Astrazeneca ne ha oltre 20 miliardi.

Poi c’è stata anche la stagione illusoria, di quelli che venivano definiti “capitani coraggiosi”…

Le privatizzazioni non sono state solo un’esigenza per fare cassa, potevano rappresentare una nuova stagione, lo scrisse anche Romano Prodi proprio in quegli anni a metà dei Novanta che c’era bisogno di dare al Paese dei nuovi capitalisti dell’economia. Questo però non è avvenuto un po’ perché molti si sono rilevati privi di slanci vitali e un po’ perché hanno bisogno sempre dell’intervento in soccorso dello Stato, basta guardare al caso Alitalia su tutti. Questo assistenzialismo eccessivo è il limite di fondo del nostro capitalismo.

Che adesso ritorna, basta guardare al caso Autostrade o al leader della Cgil Maurizio Landini che chiede che lo Stato entri con forza nelle imprese private…

Beh Landini mi sembra essere rimasto in quella sinistra da anni Settanta, old style con la vecchia logica assistenziale. Ma il fattore che più mi preoccupa è quando si propone di rinazionalizzare tutto, a partire da Tim: ma con quali soldi, quale governance, chi la guida, per fare che cosa?

E in questo c’è chi vede nel modello cinese, in quello che tu definisci “comunismo capitalista” un possibile modello di sviluppo da seguire…

Speriamo di no! La Cina è un grande colosso economico che fino ad ora ha avuto come collante l’impetuosa crescita economica degli anni scorsi che però adesso si è arrestata e lo stesso Partito Comunista ha detto nell’ultimo Congresso che non può più dare obiettivi di crescita che ultimamente era del 6% l’anno. La pandemia poi ha accentuato un modello poco trasparente, con la via della Seta che si è trasformata nell’autostrada del Covid. E quindi sarei cauto nel dire che la Cina sia la risposta perché mette insieme lo Stato e il mercato: francamente non corrisponde alla realtà.

Nella partita dei fondi per la ricostruzione a Bruxelles l’Italia ha vinto o ha perso?

Dipende da come si spenderanno i fondi che ci verranno messi a disposizione, dai progetti che si avanzeranno. Diciamo che non è andata male, c’è un’occasione enorme se si pensa che il piano Marshall valeva 15 miliardi di dollari a fondo perduto, quello di adesso è almeno 10 volte tante.

Conte riuscirà nella gestione?

Non è un leader carismatico o un politico di grande visione, è un tattico che ha dimostrato la sua abilità di mediatore. L’immagine tutto sommato “più modesta” di Conte non ha nuociuto nelle trattative ma il vero interrogativo è se questa coalizione ha il consenso e la capacità di gestire un programma così ampio. Non sarebbe il caso di avere un governo più forte, allargato, proprio per gestire le conflittualità che emergeranno in autunno? Quello che bisogna evitare è l’assalto alla diligenza ma chi è in grado oggi di dire no?

Tu che pensi? Chi è oggi il vero Riformista?

“Bella domanda. Un politico molto scaltro mi sembra Carlo Calenda anche se poi rischia di deragliare con alcune sue esternazioni. Forse per salvare l’Italia, come ha salvato l’euro, ci vorrebbe un Mario Draghi, un riformista conservatore, l’unico che è riuscito a tenere in scacco i tedeschi”.

Un capitalismo digitale, verde, responsabile che ci salverà. La ricetta di Cingolani

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