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Il turismo in Italia vale il 13% del Pil, generando a pieno regime 4,2 milioni di posti di lavoro. Il turismo è industria, e come tale va gestito. È industria e fonte di occupazione soprattutto in aree in cui sono presenti svantaggi strutturali legati a fattori di localizzazione che ostacolano la specializzazione in altre attività produttive.
Nelle aree a maggiore attrattività invece, il turismo è un’opportunità anche sul piano demografico e sociale: tra il 2011 e il 2017 la loro popolazione è cresciuta del 2,1% e nel periodo 2012-2016 il reddito per contribuente è aumentato del 6,5%, due punti in più della media nazionale.

Il turismo, dunque, se ben gestito, diventa una delle principali forme di riduzione delle diseguaglianze tra le diverse aree della nostra Nazione. In termini di spesa, si tratta di 87 miliardi solo nel 2019, di cui 44,3 miliardi dagli stranieri. Stando ai dati di Bankitalia, solo i cittadini statunitensi hanno lasciato in Italia 5,5 miliardi, registrando complessivamente nel solo 2019 40 milioni di pernottamenti. I russi, invece, spendono a testa circa 173 euro al giorno. Secondo il presidente dell’Enit, Giorgio Palmucci, quest’anno si rischia di avere un buco nelle entrate di 67 miliardi di euro.

I numeri in economia sono come i colori di un quadro, da essi dipendono le sfumature e si comprende quanto un ritratto o un paesaggio possa essere luminoso, ombreggiante o fosco. Direi che le tinte della nostra tela non possiamo che definirle cupe. Nel corso di questo lungo lockdown si è fatto un gran vociare di aiuti al turismo, sussidi a chi non poteva percepire alcun introito, o strumenti per rilanciare il settore. Ogni regione si sta attrezzando per rendere le proprie città d’arte accoglienti e sicure e sulle spiagge si contano i metri per rispettare le normative sul distanziamento sociale.

Ma non basta, i nostri imprenditori e i lavoratori del settore ce lo ricordano disperati. La decisione dell’Europa di allentare le restrizioni per i voli turistici extra Schengen, escludendo però gli Usa e la Russia, getta nel completo sconforto la filiera del turismo. Decine di migliaia di piccole imprese che avrebbero potuto provare a salvare una stagione disastrosa con l’estate rischiano di veder tutto fermo, di fatto rimandato all’anno prossimo. Le città d’arte pagano il maggior prezzo e sta circolando l’ipotesi tra diversi albergatori di non cominciare proprio la stagione, se i numeri saranno esigui come si prospetta. Una strategia, quella scelta dall’Ue, tecnocratica e sicuramente dettata da un eccesso di prudenza.

Nei limiti del sacrosanto rispetto di ogni prudenza sanitaria, l’economia intera del Continente si salva solo se la gente comincia a circolare e andare in vacanza.
I sussidi servono a tamponare la situazione di emergenza e le agevolazioni a supportare i costi. Bene, ma ora è il momento di andare avanti, e di sfruttare questo momento di crisi come un punto di svolta, un’inevitabile momento di ripartenza. È necessaria una visione organica di un comparto così strategico per la nostra economia, e una concreta collaborazione tra pubblico e privato nella gestione e la valorizzazione delle straordinarie risorse di cui l’Italia è piena. È fondamentale gettare ora, che i soldi non mancano e saranno anzi collegati a precisi progetti di sviluppo, le basi per lo sviluppo turistico del Paese per i prossimi decenni, a partire da due semplici priorità: infrastrutture e investimenti privati.

Serve un piano shock, da noi proposto da più di 8 mesi ormai, per mobilitare 120 miliardi già pronti per le infrastrutture del Paese, affinchè il Sud sia collegato al resto d’Italia in maniera moderna, veloce e sicura, affinchè la costa adriatica possa dotarsi dell’alta velocità, una perla come Matera non resti isolata dal mondo, e la Liguria non perda turisti ed occasioni di sviluppo perché soffocata da code infinite.

Serve una mobilitazione degli investimenti privati sul modello che più ha avuto successo negli ultimi anni, quello di Industria 4.0: un piano di incentivi sotto forma di credito d’imposta per strutture ricettive ed enogastronomiche di ogni tipo che investano sulle proprie infrastrutture e sulla digitalizzazione. Mettendo la testa, indicandole come priorità d’azione assolute, su queste due semplici azioni, avremo la possibilità di usare la crisi devastante del turismo nel 2020 come punto di ripartenza dell’Italia, facendo leva sul nostro petrolio per riportare l’Italia al posto che le compete nella classifica del turismo mondiale, il primo.

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