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A luglio il governo Conte aveva approvato la partecipazione di un continente militare (200 soldati, 20 mezzi e otto elicotteri) alla task force Takuba, missione europea a guida francese che si affioca all’Operazione Barkhane, anta nel 2014 per contrastare il jihadismo in Mali, Burkina Faso e Niger assieme a Mauritania e Ciad.

I Paesi di questo “G5” sono tutte ex colonie francesi, come raccontava oggi Repubblica. Un intreccio di politica ed economia che va sotto il nome di Françafrique, “da anni criticata, innanzitutto da alleati di peso della Francia come la Germania. Anche per questo l’Italia aveva sempre risposto di ‘no’” a un impegno al fianco delle forze francese nonostante i ripetuti inviti del governo francese. “L’essere stati messi di fronte ai rischi di una guerra vera e maledetta, aveva sempre convinto i governi italiani a rinunciare all’impegno”, scrive Repubblica. Che aggiunge: “Salvo quello che è successo tra fine 2019 e inizio 2020, quando il governo Conte si è convinto che un appoggio alla Francia in Mali sarebbe stato utile anche per aiutare a stabilizzare la situazione in Libia”.

Ma questo golpe che effetto avrà? L’operazione Barkhane proseguirà, ha già annunciato il ministro della Difesa francese, Florence Parly, sottolineando come la missione sia stata richiesta dalle autorità maliane e autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Dall’operazione Barkhane dipendono le sorti della task force Tabuka. Serviranno giorni, forse settimane per comprendere quale sarà il destino dei militari francesi, europei e italiani in Mali.

Ma serve fare un passo indietro. L’intervento italiano nasce dalle difficoltà francesi nella regione, spiega Alessandro Politi, analista strategico e politico, a Formiche.net. “I francesi hanno molto disagio ad ammettere qualcuno nel loro cortile di casa. Ma la guerra non si sta vincendo e obtorto collo ci vogliono. Una volta tolte le castagne dal fuoco, però, l’Italia non si illuda di ricevere una contropartita in Libia”, continua Politi. Quale potrebbe essere la contropartita desiderata? “Che la Francia scarichi Khalifa Haftar, cosa che non accadrà mai”, risponde Politi. Inoltre, “non si può pensare che schierando 200 uomini in Mali, l’Italia possa ottenere un grosso ritorno in Libia”, aggiunge sottolineando come in Libia sia stata la Turchia, un membro della Nato, “a toglierci le castagne dal fuoco lì, che piaccia o no”.

In Mali “abbiamo messo un gettone di presenza”, evidenzia Politi. “Ma poi dobbiamo premere in modo energetico affinché questo gettone sia ripagato. Altrimenti la mano passa, gli altri prendono il piatto e noi abbiamo perso il gettone senza avere niente in cambio. Nessuno ci darà mai neppure uno strapuntino se non ce lo prendiamo. E in guerra, ciò si traduce con una sola cosa: schierare uomini”.

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