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Mentre le aste per il 5G in Europa vengono rimandate per il coronavirus (come evidenzia Light Reading), Huawei si sta preparando per lanciare la sua offensiva sul mondo occidentale. E non soltanto proponendosi alle Nazioni Unite per riformare l’architettura di internet come rivelato dal Financial Times e analizzato anche da Formiche. Il colosso di Shenzen, coerentemente con la strategia del governo cinese Made in China 2025 (da fabbrica del mondo a leader della nuova rivoluzione industriale), ha messo nel mirino i mercati occidentali. E per permettersi di presentarsi a essi con prezzi stracciati sta rafforzando la sua posizione in quelli cinesi, che garantiscono ampi margini. Strategia che, se sommata alla rivelazione del Wall Street Journal sugli aiuti di Stato (smentiti però dall’azienda), ha portato alcuni esperti del settore a domandarsi se non sia il caso di un intervento da parte dell’Antitrust e di rivedere la tregua stipulata nel 2014.

Per rendersi conto della strategia di Huawei sui mercati interni alla Cina basta dare un’occhiata ai dati pubblicati da Politico due settimane fa. Il colosso di Shenzen sta “rapidamente guadagnando una posizione dominante sul mercato cinese del 5G”, si legge. Basti pensare che nel 2019 ha firmato il 73,5% dei contratti per le apparecchiature new radio (cioè antenne e stazioni). Si tratta di quasi tre contratti ogni. Alle sue spalle il concorrente cinese Zte (21,2%) e in fondo la svedese Ericsson (3,9%) e la finlandese Nokia (1,4%). In pratica, ai due gruppi europei, se sommati, è stato lasciato un contratto ogni venti. I dati emergono da un documento riservato inviato dalla società di analisi delle telecomunicazioni Dell’Oro ai suoi clienti a febbraio e visionato da Politico. Dell’Oro stima in 2,3 miliardi di dollari gli investimenti cinesi in new radio nell’anno passato.

A rafforzare la posizione di Huawei in Cina è arrivato il soccorso di China Mobile, il primo operatore telefonico del Paese che è di proprietà statale. L’operatore ha firmato quasi il 90% dei suoi contratti per la fase 2 del 5G (oltre 5 miliardi di dollari) con Huawei e “il piccolo rivale” Zte, racconta Light Reading. Interessate 28 province, con una stima di 232.000 stazioni: a Huawei è andato il 57,3% del valore totale del bando, a Zte il 28,7%, a Ericsson 11,5% e a Cict (China Information and Communication Technologies Group Corporation) il 2,6%. Nokia ha dichiarato di non aver firmato alcun contratto. Light Reading contestualizza quei contratti così: lo scorso anno Ericsson e Nokia hanno registrato un risultato pressoché identico per quanto riguarda le vendite in Cina, circa 1,6 miliardi di dollari a testa. È, invece, di 1,5 miliardi di dollari soltanto questo contratto di Huawei con China Mobile per 133.000 stazioni.

Le quote di mercato del 5G conquistate da Huawei in Cina sono “destinate ad alimentare un acceso dibattito in Europa sulla reciprocità commerciale”, nota Politico sottolineando come già diversi funzionari dell’Union europea sono convinti che Pechino non si attenga ai termini dell’accordo commerciale concluso nel 2014. Tra i punti della tregua figurava anche l’accesso “significativo” al mercato cinese per le aziende europee Ericsson e Nokia. Ma perfino secondo Karel De Gucht, ex commissario europeo al Commercio che ha negoziato la tregua del 2014, la quota attuale non è in linea con l’intesa.

Servono “azioni politiche decisive e immediate per correggere l’accesso limitato al mercato per le società europee in Cina”, ha dichiarato Joerg Wuttke, presidente della Camera di commercio dell’Unione europea in Cina. La stessa Camera che, come raccontato da Formiche, alcune settimane fa aveva diffuso un report in cui emergeva come la mancata reciprocità sia una delle ragioni delle delusione delle aziende del Vecchio continente sedotte e abbandonate sulla Via della seta.

Huawei cresce in Cina per rafforzarsi in Europa. Ecco come

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