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La ricetta – o forse, sarebbe meglio dire pozione magica – con cui la Cina sta cercando di rifarsi l’immagine internazionale sul coronavirus è un mix di “aiuti”, propaganda e tecnologia. Lo stiamo vedendo in Italia con le polemiche sul materiale spedito da Pechino senza chiarezza sugli accordi commerciali, con pezzi del governo Conte disposti ad alimentare la narrativa cinese e con i tentativi di assalto delle compagnie del Dragone alle nostre infrastrutture con importanti ripercussioni sulla sicurezza nazionale.

In Cina, tra i pochi settori che non sembrano aver subito pesanti ripercussioni dal coronavirus c’è il mondo della tecnologia e dell’innovazione. Anzi. Negli scorsi giorni i profili social di diversi ambasciate e rappresentanze di Pechino all’estero hanno rilanciato il Global Consultation and Prevention Center dell’app WeDoctor, una delle più importanti startup digitale dell’health-care cinese. Questo è il tweet della missione cinese alle Nazioni Unite.

“Servizi gratuiti da oltre 6.000 medici cinesi”, annuncia la rappresentanza diplomatica di Pechino al Palazzo di Vetro. Abbiamo cliccato sul link. Si apre una pagina con un enorme pulsante “Free Consultation”, il numero di dottori che hanno partecipato, le persone aiutate, un manuale per la prevenzione del coronavirus e alcuni grafici sulla diffusione del contagio. Colpiscono però la scelta di non conteggiare la Cina e la curva su base mensile dei contagi: due stratagemmi per distorcere il racconto della pandemia. 

IN COLLABORAZIONE CON IL PCC

Ma come abbiamo visto con gli “aiuti” all’Italia, spesso dietro la gratuità dei servizi cinesi si può nascondere un rischio per la sicurezza. Nel caso di WeDector si tratta della raccolta di dati personali. Infatti, dietro la startup – che da alcune settimane sta cercando di quotarsi a Hong Kong sulla scia del coronavirus – c’è Tencent, il colosso cinese dell’Internet, che gestisce, tra le altre, la popolarissima app di messaggistica WeChat.

Ad agosto Bloomberg aveva rivelato la collaborazione tra Tencent e il Partito comunista cinese per sviluppare videogiochi “patriottici” per compiacere il governo. Un mese più tardi, il colosso era finito nel mirino del dipartimento di Stato americano. In conferenza stampa, Christopher Ashley Ford, assistente segretario per la Sicurezza nazionale, aveva definito colossi come Huawei, Tencent, ZTE, Alibaba e Baidu “possono in alcuni aspetti importanti o per alcuni scopi fungere da armi dello Stato o, più precisamente, del Partito comunista cinese, al quale l’apparato statale cinese è subordinato”. Al centro delle preoccupazioni di Ford c’erano i dati, appunto. Gli stessi che ora sono messi a rischio dalla versione in lingua inglese – e quindi rivolta a tutto il mondo, in particolare quello occidentale – di WeDoctor.

WeDoctor e le mani delle app cinesi sui dati in tempo di coronavirus

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