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Esercitazioni navali nel Mediterraneo, coordinamento più stretto con l’Unione europea e maggiore cooperazione industriale tra le due sponde dell’Atlantico. La Nato può (e deve) fare di più nel suo fronte sud, in nord Africa e fino al Medio Oriente. L’Italia, da parte sua, può (e deve) guidare l’azione dell’Alleanza in questa direzione. È il messaggio che arriva dal Centro studi americani, a Roma, dove è stata presentata la versione italiana del rapporto “More in the Med” dell’Atlantic Council, in collaborazione con Leonardo, curato dall’ambasciatore Alexander Vershbow, già vice segretario generale della Nato, e da Lauren Speranza. Chiusura affidata al presidente del Copasir Raffaele Volpi, per cui la Penisola ha già la capacità di essere leader del nuovo sforzo euro-atlantico nel fronte meridionale.

IL DIBATTITO

Oltre all’ex sottosegretario alla Difesa, dopo i saluti iniziali di Paolo Messa, direttore Relazioni istituzionali Italia di Leonardo, e la relazione introduttiva dell’ambasciatore Vershbow, moderati da Lauren Speranza sono intervenuti l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, presidente della Nato Defense College Foundation, il generale Vincenzo Camporini, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali. Un punto ha visto la piena convergenza di tutti i relatori: l’Alleanza Atlantica deve essere più presente nel Mediterraneo e l’Italia deve promuovere tale sforzo. Il perché lo ha spiegato aprendo i lavori Messa citando Giorgio La Pira: “I popoli del Mediterraneo hanno, che lo vogliano o meno, un comune destino”. Per l’Italia, ha aggiunto, si tratta di “un afflato naturale”.

IL PUNTO DI VOLPI

Una prospettiva condivisa da Volpi. “Siamo i più impegnati nelle missioni internazionali in tutto il mondo dopo gli Stati Uniti”, ha ricordato il presidente del Copasir, rifiutando l’idea di conteggiare il ruolo dei membri della Nato “con un mero rapporto sul Pil”. Partendo dalle capacità espresse, con lo sguardo al fronte sud, “abbiamo la possibilità di riprenderci con un po’ d’orgoglio la funzione che ci spetta all’interno dell’Alleanza”, vantando di essere “uno dei partner più fedeli”. Ciò porta con sé un messaggio per tutti gli alleati: “l’autorevolezza – ha detto Volpi – si acquisisce insieme, e noi chiediamo una prospettiva bipartisan”. Il messaggio del senatore è per gli Stati Uniti, affinché ci sia coordinamento nelle politiche, ma soprattutto per gli alleati protagonisti di critiche strategiche (leggasi la Francia) o di vere e proprie spinte centrifughe (vedasi la Turchia). “Si diventa amici – ha spiegato Volpi – solo quando si dice la verità”.

LA SFIDA CINESE

Il tutto va calato nel nuovo confronto tra potenze in cui il fronte sud della Nato è pienamente coinvolto. “La Cina – ha ricordato il presidente del Copasir – sta conquistando progressivamente, in maniera più o meno chiara, il continente africano”. Pechino è “un partner possibile, ma deve essere sostenibile”. Un’occasione utile a Volpi per rispedire all’esecutivo il messaggio sulla sicurezza delle infrastrutture critiche e in particolare sulle raccomandazioni contenute nel rapporto del Comitato parlamentare che invita a “prendere seriamente in considerazione” un bando di aziende cinesi dalla costruzione della rete di ultima generazione per le comunicazioni 5G. “Forse non siamo stati molto ascoltati”, ha detto il presidente del Copasir.

LA PROSPETTIVA ITALIANA

Ascolto maggiore sembra invece esserci stato da parte della Nato per le richieste italiane di aumentare l’attenzione sul fronte sud. L’Hub di Napoli ne è esempio più evidente, anche se, in qualità di direzione strategica pensata per lo studio delle minacce, pare poca cosa rispetto alla portata delle sfide, tra terrorismo, migrazioni e crisi ai confini. Lo ha capito la stessa Nato, che solo la scorsa settimana ha certificato la volontà di “fare di più in Medio Oriente”, dando il primo via libera al potenziamento della missione addestrativa in Iraq (attualmente 500 unità) che erediterà le competenze della Coalizione internazionale anti-Isis. L’obiettivo è preservare la stabilità irachena e i risultati ottenuti nella lotta allo Stato islamico, un approccio in linea con gli interessi e le priorità italiane.

TRE RACCOMANDAZIONI

Eppure, hanno concordato Minuto Rizzo e Camporini, sembra necessario uno sguardo molto più ampio per l’intera regione del Mediterraneo allargato. Le raccomandazioni dell’Atlantic Council sono tre: migliorare la proiezione di stabilità dell’Alleanza, accrescerne la presenza (anche militare) nella regione, e affidare all’Italia la leadership delle iniziative comuni. Ogni raccomandazione contiene poi suggerimenti specifici. Sulla proiezione di stabilità, si propone ad esempio il potenziamento delle attuali missioni di capacity building nel campo della difesa, uno dei pochi strumenti ad oggi in mano alla Nato nel fronte sud con programmi diretti a Paesi partner come Tunisia e Giordania. Attualmente basate su contributi volontari dei membri (con “scarsi risultati”, ha detto Vershbow) dovrebbero contare su un budget di “almeno 20 milioni di euro all’anno”, e magari dotarsi di “mobile training teams per essere più efficaci”.

LA COOPERAZIONE CON L’UNIONE EUROPEA

Si potrebbe poi migliorare ulteriormente la cooperazione tra Nato e Unione europea (punto evidenziato dal generale Camporini), lavorando ad esempio sull’information sharing. Si dovrebbe inoltre migliorare la percezione dell’Alleanza nel sud, sfruttando fori di dialogo già esistenti (come l’Istanbul cooperative iniziative o il Dialogo mediterraneo) fino a un partenariato stabile con l’Africa. Potrebbe farsene carico il giovane Hub per il sud con base a Napoli, per cui l’Atlantic Council propone un triplice potenziamento: più personale, più risorse e più connessione con le altre strutture alleate, compresi i comandi operativi.

LA DETERRENZA A SUD

Tra gli aspetti più innovativi del report c’è l’idea di predisporre a sud la stessa deterrenza che la Nato è ormai ben abituata a dispiegare a est. Alla base c’è la constatazione che Russia e Cina siano competitor attrezzati e assertivi sul fianco meridionale dell’Alleanza. Si propone dunque il lancio di una “Enhanced southern presence”, una presenza avanzata che contrasti le capacità russe e cinesi con unità navali tra Mar Nero e Mediterraneo. Si citano anche grandi esercitazioni sullo stile di quelle in scena sul fronte est dell’Alleanza. Per agevolare tale rafforzamento, si suggerisce una cooperazione industriale più stretta nel campo della Difesa tra gli Stati Uniti e gli alleati meridionali. Servirebbe ad allineare i requisiti tecnologici (pure in aree avanzate come cyber-defence e machine learning) e a dotare i Paesi europei degli strumenti necessari ad affrontare una minaccia crescente. In particolare, si prospettano cooperazioni su sensoristica, radar, navi e sottomarini.

IL RUOLO ITALIANO

Infine, la terza raccomandazione: una leadership chiara del ruolo della Nato nel fianco sud. Inevitabile pensare alla Penisola: “L’Italia è il principale membro dell’Alleanza nella regione”, ha detto l’ambasciatore Vershbow. In più, grazie all’intensificazione dei rapporti degli ultimi mesi, può contare sulla rinnovata sponda degli Stati Uniti. Dunque, l’unico limite a un ruolo di “framework nation” pare dentro i confini nazionali: “L’italia – si legge nel report – deve rinvigorire il proprio approccio interno alle problematiche del quadrante meridionale”. Che significa? Significa “un incremento della spesa per la Difesa e disporre di un supporto governativo trasversale per la gestione delle sfide”. Come? Facile, spiega l’Atlantic Council, con “lo sviluppo di una Strategia di sicurezza nazionale e la costituzione di un Consiglio nazionali di sicurezza”.

L'Italia può guidare la Nato nel Mediterraneo. Parola dell'Atlantic Council

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