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Allo inizio degli Anni Settanta, quando ero un giovane economista alla Banca mondiale, lavorai per alcuni anni in una divisione che si occupava di progetti di vario tipo (dal regolamento del flusso dell’acqua, allo sviluppo di energia idroelettrica, all’agricoltura) nel bacino del Mekong. Il fiume nasce nelle alture del Tibet, ora Regione autonoma della Cina, e bagna la Myanmar (il nome odierno dell’antica Burma), la Thailandia, il Laos, la Cambogia ed il Vietnam.

Ha acque molto ricche che rendono molto fertili le terre che attraversa e molto prospera la pesca fluviale. Ed è un fiume imponente, le cui piene (allora frequenti) provocano tracimazioni ed alluvioni, ma che è stato per millenni una delle principali fonti di produzione e di reddito dell’area. In Cina, il Mekong scorre tra gole in un’area priva sostanzialmente di agricoltura e di pesca e le sue acque possono essere utilizzate per energia idroelettrica.

Domenica scorsa, proprio mentre (non so chi lo ha notato) l’Ambasciata di Pechino a Roma pubblicava ben quattro pagine a pagamento sul maggior quotidiano economico italiano per raccontare la propria “generosità” nei confronti del nostro Paese colpito dalla pandemia (dimenticando di dire dove è nata e dove per due mesi è stata celata), ho letto un lungo e dettagliato rapporto di Eyes on Earth, un’organizzazione internazionale privata di studio ed analisi dei problemi delle acque:  un documento tecnico, voluminoso e corredato, oltre che da dati, di fotografie aree.

Quale la conclusione principale? La Cina non ha aderito all’organizzazione creata dai cinque Paesi a valle per la valorizzazione del bacino del Mekong – ne ha creata una bilaterale con la Cambogia che considera Stato vassallo – e a monte sta, poco a poco, utilizzando il fiume solo per sé, riducendo il flusso delle acque verso gli altri. Ha costruito 11 grandi dighe idroelettriche che producono molta più energia di quanto possa essere utilizzata dall’area di sua spettanza e ne sta edificando altre per creare bacini di acqua.

Sembra uno spreco di risorse, ma la Cina sa di venire da lontano e di guardare lontano: il cambiamento climatico sta avendo effetti sui ghiacciai dell’Himalaya, che alimentano il Mekong. In breve, mentre in Tailandia ed anche in Vietnam imperversava la carestia, ed il settore della pesca fluviale (oltre all’agricoltura) dei rispettivi Paesi andava a gambe all’aria, l’acqua veniva tenuta prigioniera in bacini costruiti per catturarla ed utilizzarla in tempi di magra. La Cina dice di considerare “amici” anzi “fratelli” Paesi, alcuni dei quali proclamano di avere preso una strada al comunismo che si ispira a quella di Pechino. Nel frattempo, toglie loro l’acqua. Ciò dovrebbe essere un monito per chi, alla Farnesina, vuole essere “amico”, anzi “fratello”, della Repubblica Popolare.

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