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L’Iran non rispetterà più i limiti imposti dal Jcpoa, l’accordo sul nucleare stretto nel 2015 da Teheran e un sistema multilaterale (il 5+1) composto da Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Cina, Russia e Germania (per Ue). Lo ha annunciato oggi la televisione di stato spiegando che si tratta di una misura presa come rappresaglia per l’eliminazione — due giorni fa, con un raid aereo statunitense a Baghdad — del numero due del regime, il generale Qassem Soleimani.

Si tratta di un passaggio politico significativo, sebbene ampiamente previsto dagli analisti (su queste colonne ne aveva parlato Annalisa Perteghella dell’Ispi), che segue una serie di decisioni attivate nei mesi passati per pressare i cofirmatari europei dopo l’uscita degli Stati Uniti. Teheran aveva via via aumentato la percentuale di arricchimento, oggi ha fatto sapere che non rispetterà più il numero massimo di centrifughe stabilito dall’accordo. Il Jcpoa era di fatto in grossa crisi perché dopo il ritiro americano i paesi europei non erano riusciti a implementarlo per via della riattivazione delle sanzioni secondarie statunitensi.

Tuttavia, il ritiro iraniano, che porta verso la definitiva morte dell’accordo, è una reazione forte ma allo stesso tempo controllabile. Tant’è che Teheran ha comunicato che non uscirà del tutto dall’intesa e garantirà ai meccanismi internazionali di entrare nel paese per ispezioni. L’analista di affari internazionali Ian Bremmer suggerisce su Twitter che la decisione dell’Iran sull’accordo nucleare è “la risposta immediata più intelligente che possa fare Teheran”. E questo perché gli Stati Uniti sono già usciti e così Donald Trump potrà affermare che l’Iran non è stato all’altezza di tutelare l’intesa (e nemmeno gli europei). Poi non richiede alcuna azione militare iraniana immediata. E infine riduce la pressione sui Pasdaran per colpire direttamente gli Stati Uniti e vendicare Soleimani.

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