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Giulio Terzi, ex ministro degli Affari esteri e ambasciatore, come giudica l’esito della Conferenza di Berlino sulla Libia? È un passo avanti rispetto a quelle di Parigi e Palermo nel 2018?

Possiamo parlare di un piccolo passo avanti. Nelle ore della Conferenza abbiamo visto la presenza inalterata dei problemi che l’avevano messa in forse sin dall’inizio. Avevo sperato potesse rappresentare un passo abbastanza decisivo. Così non è stato ma questo piccolo passo, che fino ad adesso non era stato fatto, è il prodotto di una serie di fattori tra cui un impegno decisamente più forte delle diplomazie europee. Soprattutto di quella tedesca, francese e italiana. È un aspetto che va riconosciuto ed è importante che ne tengano conto l’opinione pubblica ma anche tutte le forze politiche: occorre, infatti, un lavoro continuo per raggiungere il primo obiettivo, cioè il cessate il fuoco, e per arrivare a un’applicazione della risoluzione delle Nazioni Unite del 2011 (quella che prevede l’embargo sulle armi, ndr).

Che cosa dobbiamo aspettarci?

C’è chi sostiene, e penso sia vero, che la tregua sarà sempre molto fragile con accuse da una parte e dall’altra di violazioni: è difficile che si crei l’optimum, cioè una tregua definitiva. Ma il piccolo passo può diventare grande se rappresenta l’avvio di una situazione di cessate il fuoco che dura e si consolida.

Quali scenari ora?

In una situazione di cessate il fuoco duratura se ne possono aprire di diversi. Quello più ottimistico, che prevede l’avvio di un processo di stabilizzazione delle Nazioni Unite con la convocazione di un’assemblea di tutte le parti e poi la creazione di un consiglio unitario fra le tre componenti (Tripoli, Bengasi e Fezzan, ndr). Oppure, la seconda opzione, quella politicamente instabile, con le varie parti che cercano di continuare a esercitare il loro potere, di avere il controllo delle risorse petrolifere e della banca centrale (nonostante in questi anni sembra essere stato raggiunto un modus vivendi). Il rischio però è che continui a mancare una governance politica unitaria viste anche le difficoltà di raggiungere un’intesa tra quei Paesi che vogliono esercitare una loro influenza in Libia. È inutile dire “a decidere deve essere il popolo libico” se poi tanto ogni componente ha il suo padrino disposto a usare la forza.

Forse una delle principali fragilità della Conferenza di Berlino è il fatto che non si è parlato di sanzioni in caso di violazioni.

Ho avuto l’impressione che la parte più difficile sia stata delegata alla scrittura di una risoluzione alle Nazioni Unite. Come se la Conferenza di Berlino fosse stata un trampolino di lancio per proseguire la trattative a New York. 

Che cosa ha spinto gli europei a tornare in gioco?

Si sono resi conto di correre non soltanto il rischio di perdere la Libia ma anche di perderla in maniera drammatica, visti gli insediamenti di Russia e Turchia, entrambi Paesi con mire ben chiare sul Mediterraneo centrale. In termini geopolitici, l’Europa si trova di fronte a due attori che spesso ignorano il diritto internazionale usando la forza e si è mossa per necessità. È la classica reazione dell’Europa, che ogni tanto fa qualcosa di decente nelle situazione di grave crisi e in qualche modo riesce a far fronte o perlomeno a rinviare il redde rationem.

I leader di Russia e Turchia, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, sono disposti a tutto?

Non sembrano in condizione di arrivare all’atto estremo: Erdogan è sovraesposto nei confronti di Putin nel Nord della Siria, nei rapporti con il mondo arabo, nei collegamenti con l’Islam politico. E d’altra parte anche la Russia è over-strechted, in particolare sul piano interno. 

Questa situazione di stallo tra Russia e Turchia rappresenta un’opportunità per l’Europa?

Vedremo se la tregua terrà e se il trio composto da Russia, Turchia e Unione europea arriverà al punto di varare una risoluzione con sanzioni a New York. In quel caso la posizione europea sarà molto importante visto che ci sono cinque Paesi membri nel Consiglio di sicurezza, di cui due permanenti. Lì ci sono ampie possibilità di azione diplomatica.

Qual è il rischio maggiore?

Lo scenario più probabile è che tutta questa situazione rimanga in sospeso. E non dimentichiamo che le situazioni, spesso sanguinose, di conflitti congelati sono la specialità russa. 

Come giudica le mosse a Berlino dell’Italia, che – ricordiamolo – è l’unico Paese occidentale ad aver un’ambasciata aperta e operante a Tripoli oltre che 300 militari a Misurata?

Muoversi con gli Stati Uniti è importante, nonostante le oscillazioni di Washington con le differenze tra Casa Bianca e Dipartimento di Stato verso i due attori principali libici. Ma gli Stati Uniti hanno due riferimenti, per non chiamarle linee rosse: il terrorismo e il petrolio. Per l’Italia credo che sia importante – e penso sia un altro piccolo passo – la presenza a Berlino del segretario di Stato americano Mike Pompeo. Dobbiamo evidenziare che è il momento di esserci, di non riproporre altre situazioni di ritiro per ragioni elettorali, di proteggere gli interessi statunitensi – e la Libia, centro del Mediterraneo, è uno di questi anche nel rapporto con la Cina. 

E a livello europeo? 

Dobbiamo cercare di liberarci dal cattivo sangue che ci eravamo fatti con i francesi: è impossibile agire in Libia senza capirsi con loro e i tedeschi. 

Gli Stati Uniti sono ancora disposti ad affidarci la cabina di regia sulla Libia come fu a fine 2018?

Guardi, per quel poco che ci capisco, ho sempre visto che le cabine di regia la gente se le prende, non è che gliele danno.

L’aver cercato di riavvicinarci a Washington è una nota positiva?

Assolutamente sì. Anche perché ci sono altri dossier importantissimi oltre la Libia su cui Washington è in prima linea. Pensiamo a quanto accaduto al Consiglio atlantico di un paio di settimane quando si è parlato di Iran: non c’è stato nessuno che ha messo le dita negli occhi degli statunitensi né viceversa. Tutte le dita sono andate negli occhi degli iraniani, comprese quelle dei più filo Teheran (come chi sostiene il Jcpoa e Instex): nessuno ha difeso l’Iran, tutti hanno condannato attacchi alle basi in Iraq che ospitano soldati statunitensi.

Quindi il riavvicinamento è italiano ma anche europeo?

Credo di sì. Alla Nato sicuramente. E anche nel caso della Conferenza di Berlino mi sembra si possa parlare di un timido segnale. E sulla Libia penso che gli Stati Uniti possano anche mettersi a far qualcosa che dispiace alla Russia.

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