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Qual è il punto politico che divide Bashar al-Assad e papa Francesco? Lo possiamo indicare in una parola: il muro. Il muro come ideologia politica, culturale, filosofica, nella costruzione del mondo.  Un’importantissima conferma di questa sempre più evidente verità la offrono le dichiarazioni del presidente siriano nell’intervista che ha concesso a Rai. È importante dunque leggere bene l’ampio passaggio dedicato proprio al papa e al Vaticano dal presidente siriano.

Tempo fa papa Francesco scrisse a Bashar al-Assad  e incaricò un cardinale originario del Ghana, il responsabile del dicastero vaticano per lo sviluppo umano integrale, Peter Turkson, di recarsi a Damasco per consegnare la missiva. Siccome in una precedente occasione la presidenza siriana aveva capovolto il senso di un’analoga lettera del papa al presidente siriano, il segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, prima di nuovi capovolgimenti, chiarì le preoccupazioni del papa: in cima alle sue preoccupazioni c’erano già allora i civili di Idlib, 3 milioni di persone tra cui tantissime donne e bambini che oggi non hanno un solo ospedale funzionante visti i bombardamenti russo-siriani che hanno distrutto tutte le strutture sanitarie. Poi spiegò: “A papa Francesco sta particolarmente a cuore anche la situazione dei prigionieri politici, ai quali – egli afferma – non si possono negare condizioni di umanità. Nel marzo 2018 l’Independent International Commission of Inquiry on the Syrian Arab Republic ha pubblicato una relazione a questo proposito, parlando di decine di migliaia di persone detenute arbitrariamente. A volte in carceri non ufficiali e in luoghi sconosciuti, essi subirebbero diverse forme di tortura senza avere alcuna assistenza legale né contatto con le loro famiglie. La relazione rileva che molti di essi purtroppo muoiono in carcere, mentre altri vengono sommariamente giustiziati”.

Di che commissione si tratta? Poco dopo la sua costituzione il consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti umani ha istituito questa commissione. È presieduta dal giurista brasiliano Paulo Sérgio Pinheiro, da un autorevole giurista di origini arabe e docente negli Stati Uniti, Karen Koning AbuZayd, dalla famosa e universalmente apprezzata Carla del Ponte e dal thailandese Vitit Muntarbhorn, poi passato ad altro importantissimo incarico sulla discriminazione di genere. Non sembra trattarsi di un comitato dominato dalla visione “occidentale”, cioè per capirci colonialista, del mondo. Ma nell’intervista, alla domanda relativa proprie alle richieste del papa, il presidente siriano non afferma che forse ci sarà qualche problema ma bisogna capire e non esagerare, no… Lui dice che il “Vaticano si forma le sue opinione su quanto si scrive in Occidente”. Dunque questi autorevoli giuristi, originari di paesi in gran parte del Global South, che hanno interrogato migliaia di ex internati politici siriani, che hanno rilasciato dichiarazioni personali e giurate, esprimerebbero la visione dell’Occidente? Di più, sulla questione di Idlib Assad non osa negare che le bombe abbiano distrutto gli ospedali, ma afferma che il “nostro” racconto cita solo quelle, come se tutte le bombe colpissero ospedali o scuole. Essendo tantissime le bombe che devastano Idlib, su questo Assad ha certamente ragione, ma sa anche che suoi gruppi di incursori hanno incendiato nella provincia di Idlib intere piantagioni “arabe” di grano “arabo” destinato a sfamare “arabi”.

È evidente l’intenzione, la finalità politica del presidente siriano. Il Vaticano, di Bergoglio e Turkson, un argentino e un ghanese poco inclini alla visione coloniale, stanno nel racconto “occidentale”, coloniale. Questa visione, questo muro, vuole sostituire con sé stesso le sue vittime: Assad rappresenta se stesso come la vittima al posto dei siriani, non certo “occidentali”, detenuti nelle sue segrete o privati di ospedali.

Ecco la cultura del muro. Un muro che vuole dire ai cristiani arabi: “Il Vaticano rappresenta gli interessi dell’Occidente, non i vostri”. Peccato che proprio ieri un vescovo, neanche cattolico ma ortodosso, del patriarcato di Antiochia, dal nome prettamente arabo, il vescovo Elias Odeh, lo ha chiamato in causa per il disastro che colpisce il Libano, definito un Paese che sottosta al volere “di un uomo” (chiaro riferimento al colonialismo siriano nei confronti del vicino Libano) protetto da un gruppo armato (chiaramente Hezbollah). Anche lui è vittima del colonialismo culturale occidentale?

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