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Il governo gialloverde è già stato consegnato ai libri di storia. È stato studiato, osservato, discusso all’estero come un esperimento rivoluzionario. Populismo di destra e di sinistra, sovranismo e democrazia diretta fusi in una sintesi forse artificiale e non duratura ma certo non banale. E se il governo giallorosso fresco di giuramento al Quirinale fosse un altro esperimento politologico destinato a fare scuola? È la domanda che si pone il Financial Times con un editoriale che osserva ai raggi x la nuova creatura della politica italiana: “la tecnocrazia populista”.

Cinque Stelle e Pd, scrive Carlo Invernizzi Accetti, docente di Scienza Politica alla City University di New York, rispecchiano alla perfezione le due facce della politica al giorno d’oggi. Da una parte il populismo doc, forgiato e cresciuto all’insegna della lotta alla casta, certo di dar voce inequivocabilmente al “volere del popolo”. Dall’altra il partito della responsabilità, della politica istituzionale e moderata che rispetta galateo e vincoli e si presenta come unica salvezza dai “barbari” di volta in volta individuati in un avversario esterno. Due volti apparentemente incompatibili che invece proprio in Italia, ancora una volta laboratorio mondiale del populismo, hanno trovato in questi giorni una fisionomia comune.

Il Movimento che un tempo organizzava i Vaffa Day e vaticinava l’uscita dall’euro oggi “invoca un governo responsabile per evitare lo scontro con l’Ue sulla prossima legge di bilancio”. Perfino Beppe Grillo si è spinto a chiedere, senza ottenerlo, un “governo dei tecnici”. Nella stessa inversione a “u” è impegnato oggi il Pd, il partito dei responsabili che oggi fa suo il vocabolario del “cambiamento” e chiede un “governo di svolta”. “In Italia sta prendendo forma un incrocio paradossale fra populismo e tecnocrazia, il tecnopopulismo – scrive il professore sul quotidiano britannico – sposa il gusto per l’anti-establishment e chiede un radicale cambiamento politico assieme agli appelli alla responsabilità istituzionale e alla competenza fiscale”.

La strana fusione non deve sorprendere né davvero si può considerare un’anomalia italiana. Nei suoi saggi Jan-Wërner Muller, tra i più grandi studiosi del populismo viventi, aveva già preconizzato il matrimonio fra populisti e tecnocrati. In fondo condividono una visione non dissimile della politica. Sia gli uni che gli altri si ergono a difensori del “giusto” contro un nemico che può prendere le sembianze della casta o del “barbaro” nazionalista. Per dirla con Müller, per i primi “c’è solo una volontà del popolo” e per i secondi c’è “una sola corretta soluzione di policy”.

Matteo Salvini, spiega l’editorialista, ha oscillato di continuo dall’una all’altra parte dello spettro politico, “alternando dichiarazioni su quel che i veri italiani vogliono davvero e propositi di un governo responsabile nel nome del buon senso”. Con il governo grillodem ai nastri di partenza il leghista è uscito dalla finestra ma può sempre rientrare dalla porta, “rimane nello spettro populista”. Anche perché, conclude il professore, il “tecnopopulismo” non può durare a lungo.

Un antidoto a quest’ennesima forma di antipolitica c’è: la politica. “Ciò di cui davvero l’Italia ha bisogno oggi è un po’ di politica parlamentare vecchia scuola, che tiri fuori da due piattaforme ideologiche in competizione un progetto politico positivo”.

È tempo di tecnopopulismo? L'intesa fra Pd e M5S letta dal Financial Times

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