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Il vicepremier libico, Ahmed Maiteeq, racconta ad al Wasat, quotidiano locale, la sua recente visita a Washington e garantisce che gli americani gli hanno rinnovato l’appoggio al Governo di accordo nazionale (Gna) – l’esecutivo sotto egida Onu insediato a Tripoli, guidato da Fayez Serraj e sotto attacco da parte del signore della guerra dell’Est, Khalifa Haftar.

Del bottino positivo dopo la tappa negli States ne parla con discrezione anche una fonte vicina al Gna con Formiche.net: “Maiteeq ha incontrato diversi congressman, su tutti il consigliere informale del presidente Trump, Lindsey Graham, e vari funzionari dell’amministrazione americana, soprattutto al dipartimento di Stato, incassando risultati positivi. L’effetto prodotto è l’uscita di quell’articolo sul Guardian in cui alcune fonti della Casa Bianca raccontano come gli Stati Uniti intendano snobbare, prendere le distanze da Haftar”.

Ieri un’altra fonte dal centro del potere presidenziale statunitense ha detto ad Al-Hurra TV, una canale satellitare che si occupa di Nordafrica (soprattutto Libia) e ha sede negli Usa, che le notizie secondo cui Haftar avrebbe dovuto incontrare Donald Trump sono “just rumors“, voci, niente di ufficiale sull’invito all’autoproclamato Feldmaresciallo. Sulla visita – che potenzialmente avrebbe valore nevralgico – sta lavorando la Linden Strategies, società di lobbisti che stando alle ultime informazioni non sta ottenendo grossi progressi, sebbene nei giorni scorsi l’entourage dell’uomo forte della Cirenaica sosteneva che l’appuntamento fosse già fissato per il 18 giugno. Oggi sono i media vicini al Gna a smentire.

CONTROLLO DEL TERRORISMO

Se a metà aprile dallo Studio Ovale era sembrato esserci un certo entusiasmo nei confronti dell’azione di Haftar – anche frutto di determinati allineamenti americani con sponsor esterni dietro al generale, come Emirati Arabi, Arabia Saudita ed Egitto – ora le cose pare invece che stiano cambiando. Anche perché l’assalto a Tripoli non è riuscito. Doveva durare pochi giorni, invece è entrato nel terzo mese e ha prodotto una guerra di posizione a sud della capitale che, oltre a produrre vittime civili e sfollati, ha risvegliato cellule baghdadiste – che sfruttano il caos per avanzare le proprie istanze.

Il controllo del terrorismo è il principale degli interessi americani sulla Libia, ossia sulla regione nordafricana, e anche su questo ha fatto pressione Maiteeq con le controparti Usa. Il vicepremier libico avrebbe avanzato la richiesta per “una specifica assistenza diplomatica”. Il Gna vuole che Washington eserciti pressione sugli attori esterni che “stanno interferendo attivamente negli affari libici”.

I risultati si vedranno, perché in effetti quelle forze straniere che allungano le mani sulla Libia sono state quelle che hanno portato Trump a telefonare ad Haftar sei settimane fa e convincerlo a riconoscere un ruolo nella lotta al terrorismo al Feldmaresciallo (le fonti dalla Casa Bianca spiegano quella telefonata come un favore personale fatto da Trump all’egiziano Abdel Fattah al Sisi, che nei giorni precedenti era a Washington, ma non come uno shift nelle policy, sostanzialmente restate allineate sui programmai Onu).

SCONTRO A TRIPOLI

Lo scontro a sud di Tripoli è in effetti diventato un confronto per procura, usato come un terreno di regolamento di conti interni all’Islam sunnita, dove da un lato c’è quella triade potentissima di alleati pro-Haftar e dall’altra Turchia e Qatar. I fronti si contendo il controllo politico-ideologico regionale. Per dire: in questa settimana per due giorni di fila l’aeroporto Mitiga di Tripoli – uno scalo dual use, militare e civile – è stato bombardato dai velivoli haftariani, ossia droni emiratini, che davano la caccia a un altro drone turco che le forze del Gna avevano usato a loro volta per bombardare le retrovie di Haftar nella controffensiva in corso.

Due giorni fa, mentre Maiteeq era in Libia, otto membri della Commissione Esteri della Camera hanno scritto una lettera al segretario di Stato, Mike Pompeo, chiedendogli di farsi carico di una nuova richiesta per il cessate il fuoco immediato, sulla scia di una dichiarazione già rilasciata il 7 aprile. Le informazioni dicono che il segretario ha consultato diversi esperti sulla Libia nelle ultime due settimane e sta prendendo in considerazione una serie di opzioni, tra cui quella di usare la potenza americana per forzare un cessate il fuoco e far ripartire il processo politico (ossia aumentare l’impegno degli Stati Uniti sul dossier, come gli europei, per prima l’Italia, chiedono da parecchio).

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