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L’ARTICOLO DI REPUBBLICA

Il no ufficiale arriva intorno a mezzogiorno, via facebook. Lo mette nero su bianco, sulla sua bacheca, il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio. Anche se parla di commissario europeo, anziché di presidente del consiglio europeo, il concetto resta immutato.

Il giornale italiano in questione è la Repubblica che oggi in prima pagina riporta un retroscena a firma Claudio Tito eloquentemente titolato: “Il veto gialloverde su Enrico Letta”. E all’interno: “Idea Letta al Consiglio Ue e l’Italia resta isolata”.

Il no della maggioranza di governo non sorprende. Sono trascorse nemmeno quarantotto ore dalla nota congiunta con cui Salvini e Di Maio sancivano che l’Italia sarebbe andata al confronto con Bruxelles non più in modo passivo come i precedenti esecutivi. Per loro, Enrico Letta è certamente un rappresentante di quella “vecchia” politica contro cui si sono scagliati e hanno basato gran parte del loro consenso.

L’INTELLIGENZA DI PARIGI E BERLINO

Allo stesso modo, però, va detto che non sorprende l’intelligenza della mossa franco-tedesca. La politica ha una sua grammatica, e modificarla – soprattutto in determinati contesti – non è operazione che possa essere compiuta rapidamente. L’Italia, è noto, in questo momento a Bruxelles gode di un trattamento eccezionale. Occupa tre posti su cinque: Mario Draghi alla Bce, Antonio Tajani all’Europarlamento e Federica Mogherini Alto Rappresentante.

Parigi e Berlino – dopo aver comunque vinto le elezioni europee, o comunque dopo aver tutto sommato tenuto a Bruxelles – hanno riservato per sé le poltrone più ambite: Commissione Ue e Bce. E giocato di fino per le assegnazione delle altre. La tradizione vuole che il Consiglio europeo venga presieduto da un ex capo di governo e quindi per l’Italia i nomi spendibili sarebbero Gentiloni, Renzi, Monti e appunto Letta. Nessuno, va da sé, vicino all’attuale maggioranza di governo.

PREVALGONO LE BEGHE INTERNE E I RANCORI

Salvini e Di Maio hanno davanti a sé un bivio: onorare la ragion di Stato e accantonare le battaglie interne, oppure perseverare nella loro linea e anteporre la propria posizione agli interessi nazionali. Il post di Di Maio fornisce una chiara indicazione. E ricorda il comportamento di cinque anni fa tenuto da Matteo Renzi che, dopo aver “spodestato” il rivale di partito da Palazzo Chigi, sbianchettò il suo nome dai candidati italiani per la presidenza della commissione europea e per un commissario. Anche in quel caso, prevalsero le beghe interne e il rancore. Una strada che evidentemente stanno ripercorrendo Di Maio e Salvini.

Va anche detto che, a una prima – probabilmente miope – lettura, avallare la candidatura di Enrico Letta alla presidenza del Consiglio europeo sarebbe per Lega e M5S uno snaturamento eccessivo, una decisione difficile da spiegare e far digerire al proprio elettorato.

UN’OCCASIONE MANCATA

Ma è altresì una decisione che condannerebbe l’Italia all’isolamento a Bruxelles. Isolamento le cui responsabilità ricadrebbero interamente sull’attuale maggioranza. E nel momento in cui l’Europa arrivasse a decisioni sfavorevoli e sgradevoli all’Italia e agli italiani – e non c’è motivo per credere che questo momento non avverrà, se Roma non presenterà un piano credibile di rientro del debito, come ha ammonito Mario Draghi -, sarà arduo se non impossibile essere additati come gli unici artefici della situazione.

La politica insegna che, sia pur nelle diversità di posizioni, ci sono momenti in cui il dialogo è indispensabile e fruttifero, così come l’arte del compromesso, a maggior ragione se nell’interesse nazionale. Enrico Letta è una risorsa della Repubblica. Nel 1998, a 32 anni, divenne allora il più giovane ministro che l’Italia avesse mai avuto. È stato presidente del Consiglio fino al giorno del famoso avvicendamento con Matteo Renzi. Ha mostrato solidità nel superare un momento politico certamente avverso. È molto stimato a Bruxelles. Dirige la scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi.

Avallare la candidatura di Enrico Letta sarebbe anche un segnale di maturità da parte della maggioranza gialloverde. Che senza rinnegare i loro principi, fornirebbero un segnale importante: di riuscire a ragionare anche nell’interesse nazionale e di non temere di guidare di processi politici più complessi.

No a Enrico Letta. Salvini e Di Maio come Renzi

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