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Pare siano oltre 300 mila i richiedenti ma non abbiamo notizie di quante donne quanti uomini. Presumiamo che siano parecchi maschi- ufficiosamente i dati lo confermano- in quanto ad avere almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi per le donne è quanto meno difficile e comunque le pensioni delle lavoratrici sono più basse di quelle dei lavoratori per periodi di contribuzione discontinui spesso per la cura dei famigliari.

Analizzando i dati recentissimi Istat scopriamo che: gli uomini percepiscono il 54,4% delle pensioni di vecchiaia e l’importo annuale è in media superiore di quasi 8 mila euro a quello ricevuto dalle pensionate. Gli uomini rappresentano anche la maggioranza – 73,5% – dei percettori di pensioni indennitarie in quanto occupati in settori ad alto rischio professionale. Gli importi mediamente percepiti sono tuttavia inferiori a quelli delle donne che in molti casi sono percettrici indirette a causa della morte del coniuge.

Lo stesso accade per le pensioni ai superstiti che nell’86,5% sono erogate a donne in virtù della vita più lunga però gli importi medi sono più alti rispetto a quelli degli uomini essendo l’importo del trattamento legato al progresso contributivo del coniuge defunto. Anche le pensioni assistenziali sono erogate in maggioranza a donne 59,3% perché non hanno un costante e regolare percorso lavorativo e contributivo percepiscono infatti il 58,2% delle pensioni di invalidità civile,il 62,9% delle pensioni sociali e il 64,1% di quelle di guerra con un importo medio di 10.830 euro tra gli uomini e di 5.087 per le donne.

Tra le donne il 18% delle anziane non riceve alcuna forma di pensione e tra gli uomini il 3% e per le donne tra i 65-79 anni senza reddito entra in vigore la pensione sociale e dunque la maggior quota delle pensioni di vecchiaia spetta agli uomini che beneficiano dunque di importi medi per le quali si registrano elevati differenziali di genere +60% nel 2017. Il problema non sono solo le prestazioni previdenziali pubbliche ma anche le prestazioni integrative.

La relazione della Covip del 2019 sul 2018 ci dice che quanto al genere, gli uomini sono il 61,9 per cento degli iscritti alla previdenza complementare, concentrandosi per lo più nei fondi negoziali (73,1 per cento). Nei Piani Individuali Pensionistici si registra un maggiore equilibrio: il 46,3 per cento degli iscritti sono donne. Fino ad oggi dunque anche il secondo braccio pensionistico non sosteneva le donne in una eventuale forma integrativa anche perché evidentemente costosa. Passata in sordina ma valorizzata da noi vi è una novità importanti per le donne in materia pensionistica integrativa perché è arrivata una sentenza della Corte di Giustizia della Ue del 1 marzo 2011 che ha sancito che l’elemento relativo al genere non può più essere considerato come fattore determinante per differenziare i premi e le prestazioni dei contratti di assicurazione rientranti nell’ambito della direttiva 2004/113/ Ce e la Commissione Europea ha pubblicato le direttrici per l’applicazione della Direttiva il 13 gennaio 2012 per come adeguare i contratti di assicurazione.

Dunque Covip che è la Commissione che vigila sui fondi pensione ovvero sulle pensioni integrative si è adeguata e il 22 maggio 2019 con delibera e ha applicato la regola prevista peraltro anche dal dlgs 198/2006 che impone l’applicazione di regole unisex ai contratti assicurativi uniformemente alla direttiva UE esecutiva dal 2012 recepita da Covip e le forme pensionistiche collettive che erogano prestazioni tramite un’impresa di assicurazione entro tre mesi dalla sottoscrizione di una nuova convenzione trasmettono i dati a Covip correggendo eventuali differenze di genere. Ed è necessario trovare soluzioni possibili e concrete per modificare una situazione insostenibile per le cittadine italiane : abbiamo delle proposte ma il presupposto è ritenere esperte della materia anche le donne e non solo i colleghi.

Donne e pensioni: Il Cnel e il gruppo di lavoro senza neanche un'esperta ?

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