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L’Italia in Libia è equidistante, dalla sconfitta. Il bombardamento da parte dell’aviazione del Feldmaresciallo della Cirenaica Khalifa Haftar sull’accademia militare di Tripoli la scorsa notte, 28 morti e 18 feriti il bilancio provvisorio, è solo l’ultimo massacro di un’escalation alle porte della capitale che non lascia spazio a timide e vacue dichiarazioni di principio, dice a Formiche.net Karim Mezran, senior fellow dell’Atlantic Council di Washington Dc. Con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan pronto a inviare le sue truppe contro Haftar si aprono due scenari, e da entrambi gli interessi strategici italiani ne escono sconfitti.

Mezran, perché una mossa così drastica da parte di Haftar?

Vuole vincere la guerra civile, a tutti i costi. Sa perfettamente che l’arrivo dei turchi cambierà le carte in tavola e per questo sta intensificando la campagna aerea.

A che scopo?

Vuole piegare il coraggio della popolazione e dei miliziani di Tripoli con questi bombardamenti, anche perché via terra va incontro a sconfitta certa. Ovviamente condisce queste operazioni con la narrativa della lotta a sedicenti islamisti. A Tripoli chiunque si rende conto che è una falsità.

Dietro il bombardamento ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti?

Può essere benissimo. Gli emiratini e gli egiziani sostengono insieme il Feldmaresciallo. Anche i russi, ma nelle ultime ore si rincorrono dal fronte voci di un ritiro in corso dei contractor di Mosca.

Perché i russi dovrebbero fare un passo indietro?

Il motivo potrebbe essere banale: non gli è stato rinnovato il contratto. O forse c’è una strategia dietro. Putin può aver avallato un ritiro speculare all’arrivo dei turchi perché non vuole essere accusato dei massacri perpetrati da Haftar in questi giorni.

Quanto manca all’arrivo dei soldati turchi?

Qualsiasi previsione rischia di essere smentita prima dell’incontro decisivo fra Erdogan e Putin l’8 gennaio. Se si raggiunge un accordo Ankara non ha bisogno di inviare 10mila uomini. In caso contrario i turchi dovranno impegnarsi seriamente, con un corposo sostegno aereo. Non è un caso che in questi giorni si stiano susseguendo incontri non ufficiali fra turchi, algerini, tunisini. Erdogan ha bisogno di basi aeree in Nord Africa.

Martedì la visita a Tripoli di Luigi Di Maio assieme ai ministri degli Esteri di Francia, Germania, Regno Unito e all’Alto Rappresentante Ue Josep Borrell. In città sono già scoppiate manifestazioni di protesta.

Come biasimarli? L’Italia e l’Europa hanno abbandonato Tripoli, non hanno fatto nulla per fermare Haftar, si sono perfino rifiutati di porlo sotto sanzioni. Cosa vengono a fare, a negoziare? E con chi? Con chi sta massacrando e bombardando Tripoli?

Troppo tardi?

Fino al 3 aprile scorso si poteva ancora parlare di negoziati, è stato Haftar a calare il sipario. Con questi bombardamenti ha assicurato alla Libia 100 anni di faide.

Il giorno dopo Di Maio sarà in Egitto per un incontro a 5 con Francia, Grecia e Cipro. Che supporto ci si può attendere dal Cairo?

Nessuno. Al Cairo si sono svegliati troppo tardi. Ora gli egiziani hanno paura dell’intervento turco, che sancirebbe la definitiva sconfitta di Haftar impedendogli di prendere Tripoli. Per questo stanno inviando ovunque ambasciatori e al contempo aiutano Haftar a intensificare i bombardamenti sulla capitale.

I bombardamenti sono fine a se stessi o Haftar ha un piano?

Non c’è nessuna direzione premeditata. Haftar vuole andare avanti con il massacro finché il governo di Tripoli non si arrenda o non addivenga a più miti consigli. In poche parole, non c’è l’ombra di una strategia.

Gli Stati Uniti restano alla porta, anche perché hanno altro cui pensare in Medio Oriente…

A meno che dal vertice fra Putin ed Erdogan non scaturisca una decisione plateale la Libia continuerà a non rientrare fra le priorità strategiche del Dipartimento di Stato americano. Gli occhi di Washington Dc ora sono tutti sull’Iraq.

E la Farnesina?

La Farnesina non ha colpe, l’ambasciatore Buccino ha svolto un eccellente lavoro a Tripoli, ha espresso posizioni coerenti, è rimasto in mezzo alla gente. Lo stesso non si può dire del governo.

Perché?

A Roma non capiscono che con l’equidistanza si perde in ogni caso. Se vince Haftar l’Italia è sconfitta. Se vince Sarraj i tripolini ringrazieranno i turchi, i tunisini, gli algerini, di certo non l’Italia e l’Ue che li hanno abbandonati.

Nel risiko per il futuro della Libia non c’è l’Italia. Karim Mezran spiega perché

L’Italia in Libia è equidistante, dalla sconfitta. Il bombardamento da parte dell’aviazione del Feldmaresciallo della Cirenaica Khalifa Haftar sull’accademia militare di Tripoli la scorsa notte, 28 morti e 18 feriti il bilancio provvisorio, è solo l’ultimo massacro di un’escalation alle porte della capitale che non lascia spazio a timide e vacue dichiarazioni di principio, dice a Formiche.net Karim Mezran, senior…

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