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Salvare Alitalia, e poi? Salvare l’Ilva, e poi? Salvare la Banca Popolare di Bari, e poi? Poi chi salverà l’Italia? Si procede di emergenza in emergenza, si passa da una toppa all’altra. Come quello che l’ha preceduto, anche l’attuale governo non sembra in grado di maturare una visione, un’idea di sviluppo, una politica economica ed industriale degne di questo nome. Possiamo permettercelo? L’Italia può permettersi di continuare a navigare a vista senza metter mano ai propri problemi strutturali (debito pubblico, sviluppo economico, burocrazia, giustizia, scuola, assetto istituzionale…), mentre tutto lascia credere che una nuova ondata recessiva si abbatterà sul continente europeo? Difficile crederlo. Così difficile che persino un leader solitamente aggressivo e divisivo come Matteo Salvini sembra porsi il problema.

“Non si governa sulle macerie”, aveva detto un mese fa Giancarlo Giorgetti. E aveva ragione. Allora Salvini liquidò sbrigativamente quelle parole. Oggi sembrerebbe farle proprie. Il condizionale è d’obbligo, naturalmente. A pensar male, Salvini potrebbe aver assunto questa, per lui inedita, veste “responsabile” per ragioni puramente tattiche (rassicurare l’opinione pubblica moderata in vista delle regionali in Emilia Romagna, lasciar intendere alla Procura che indaga sui fondi della Lega e alla Consulta che si dovrà pronunciare sul referendum elettorale promosso da Calderoli di non avere intenzioni “sfasciste”). A confermare la tesi minimalista è una delle personalità più in vista del suo stesso partito, che a domanda sul senso dell’uscita salviniana risponde, sorridendo, così: “È l’influenza del santo Natale: siamo tutti più buoni”. C’è solo una persona che può chiarire se si sia trattato di tattica o di strategia, è il medesimo Matteo Salvini. Se prospetterà alle forze politiche, possibilmente in Parlamento, una proposta seria e articolata vorrà dire che ci crede davvero.

Non è affatto sicuro che lo faccia e non è per niente probabile che i partiti di maggioranza accolgano positivamente l’eventuale proposta. Certo è che quel “comitato di salvezza nazionale” di cui ha ha parlato il capo leghista potrebbe dare un senso a una legislatura che sembra trovare nella durata il suo unico valore. Seppellire per un po’ l’ascia di guerra, metter mano ad ago e filo e suturare una volta per tutte le ferite della Nazione: sarebbe questo l’obiettivo. Poi, a riforme varate, nemici come prima. Ma in un campo da gioco ordinato, senza buche e con regole chiare e condivise. Anteporre gli interessi dell’Italia agli interessi di partito, far trionfare la Politica sulla propaganda. Un sogno, d’accordo. Ma almeno per qualche ora fa piacere accarezzarlo.

L’apertura di Salvini non va fatta cadere. L’opinione di Cangini (FI)

Di Andrea Cangini

Salvare Alitalia, e poi? Salvare l’Ilva, e poi? Salvare la Banca Popolare di Bari, e poi? Poi chi salverà l’Italia? Si procede di emergenza in emergenza, si passa da una toppa all’altra. Come quello che l’ha preceduto, anche l’attuale governo non sembra in grado di maturare una visione, un’idea di sviluppo, una politica economica ed industriale degne di questo nome.…

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