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Nelle ore del cessate il fuoco, per i curdi a nord della Siria è tempo di evacuare i territori e di lasciare campo libero all’esercito turco. Una tregua dell’azione militare raggiunto dopo un confronto serrato tra Ankara e Washington, e che ha fermato per ora le incursioni che sono costate la vita a circa 200 civili curdi. Formiche ha intervistato Paola Severini Melograni che, anche attraverso i “Dialoghi a Spoleto”, ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica alla causa curda e all’esperienza democratica promossa nel Rojana.

Si tratta di un popolo valoroso, i cui combattenti hanno aiutato l’occidente a contrastare in questi anni il fondamentalismo islamico boots on the ground in Siria. Di questo esercito una parte importante è costituita da donne…

In nessun Paese del vicino oriente esiste una realtà democratica così spiccata e aperta come nel Rojava, dove una donna è a capo dell’esercito. La guida femminile è così significativa che anche il “nome” dell’esercito è completamente differente dagli altri, si chiamano infatti “Forze di difesa” e non di attacco.

Quali sono i timori della comandante curda Nessrin Abdalla?

Mercoledì scorso, insieme al comitato scientifico dei “Dialoghi a Spoleto” (l’incontro internazionale sul empowerment femminile che si svolge ormai da tre anni durante il Festival dei due Mondi) abbiamo realizzato un collegamento dal Senato della Repubblica con Nessrin Abdalla, la comandante curda YPJ, unità femminile di protezione. Insieme con noi, l’Intergruppo parlamentare di amicizia con il popolo curdo. Il collegamento è stato importante e sconvolgente allo stesso tempo, perché mentre noi parlavamo con lei (martedì pomeriggio, ndr), cadevano le bombe a pochi chilometri da Kobane. Sapevamo che i bombardamenti di Erdogan avevano tra gli obiettivi quello di “liberare” i prigionieri dei curdi che avevano combattuto nelle file degli Isis, ma Nessrin ce lo ha confermato ed è stato davvero una verifica terribile.

In Siria sta rapidamente degenerando lo scenario delle alleanze e il popolo curdo ha dovuto cambiare la sua posizione per cercare di far fronte all’attacco turco, avvicinandosi al regime di Damasco e ai suoi alleati russi.

Per quanto riguarda poi il rapporto con i russi, come ha avuto modo di spiegarci Nessrin Abdalla, i combattenti curdi del Rojava e lei in primo luogo, non si fidano del sostegno di Putin, ma non hanno altra scelta.

La prova che il vento stia cambiando per la causa curda è stato l’uccisione della militante dei diritti civili Hevrin Khalaf.

L’uccisione di Hevrin Khalaf rimarrà come una macchia sulla coscienza di tutti noi: è stata violentata e poi lapidata e la sua morte rappresenta purtroppo un segnale che ancora l’occidente non vuole ascoltare. Ridare fiato ai jihadisti vuol dire prepararci a un futuro spaventoso, soprattutto nei confronti delle donne. Lo scorso anno Nessrin ci ha raccontato come le guerriere curde sono costrette a suicidarsi per non cadere in mano del nemico fondamentalista, che potrebbe esercitare su di loro violenze inimmaginabili simili a quelle inflitte a Hevrin Khalaf. D’altronde uno degli elementi che hanno portato, fino a ieri, alla vittoria dello straordinario esercito del Rojava nei confronti dei veri terroristi islamici, è da identificarsi proprio nel terrore che questi ultimi avevano di essere sconfitti da una donna. Infatti questa fine per un fondamentalista islamico rappresenta la negazione dell’accesso al paradiso delle Houri. È ormai assodato che Khalaf è stata uccisa da uno squadrone dell’Isis mascherato da forze turche.

La paura che si perpetri una pulizia etnica a danno dei curdi richiede un intervento forte dell’Europa. Per il Vecchio continente è l’occasione di assumere una unica posizione a difesa di chi ha combattuto il fondamentalismo islamico, come ha anche sollecitato il presidente Mattarella?

“Parlare con voce sola” è questa l’indicazione del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, nei confronti del compito che spetta all’Europa. C’è un italiano, l’ex capo di stato maggiore della difesa generale Claudio Graziano, che oggi presiede il Comitato militare dell’Unione europea. Ma è un primus inter pares in un organo che dirige le attività militari nell’ambito della politica di sicurezza e difesa comune. Ciò vuol dire che qualunque iniziativa di difesa che riguardi l’Europa deve essere presa all’unanimità: si comprende come sia tecnicamente impossibile prendere una posizione condivisa.

È tutto perduto ormai per l’esperimento Rojava e per la causa di questa minoranza?

Noi protagoniste dei “Dialoghi a Spoleto” crediamo di no. Bisogna ribadire che non esiste alcuna realtà in quei territori lontanamente paragonabile al progetto del Rojava. Un popolo che lotta per la dignità, l’autodeterminazione, la parità tra i sessi, la democrazia, la responsabilità e l’apertura nei confronti di tutte le religioni. L’esistenza del Rojava ci fa credere che la vita non è male e che il bene sia possibile anche nelle circostanze più difficili e dolorose. Se l’Italia in primo luogo e l’Europa tutta non si impegneranno allo spasimo senza se e senza ma, per salvare questa meravigliosa esperienza, come dice Franco Fortini “noi non saremo perdonati”.

I curdi, i russi e il valore delle donne-soldato secondo Paola Severini

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