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Sconfitta elettorale per il partito Fidesz in Ungheria. Dopo circa 10 anni al potere, il premier Viktor Orbán vede indebolita la propria forza politica elle elezioni amministrative. Oltre alla capitale Budapest, l’opposizione – per la prima volta unita – ha vinto in 11 dei 23 capoluoghi al voto. Un risultato elettorale che ha un valore politico ed influisce su alcuni equilibri interni.

In Ungheria, è ormai passato un decennio da quando il partito Fidesz di Orbán ha preso la guida del Paese, consolidandosi anche con un cambio della Costituzione e affermando l’Ungheria come uno dei Paesi leader all’interno del contesto europeo per la linea sovranista e euro-critica, più che euro-scettica, come lo stesso Orbán ha voluto chiarire. In una conversazione con Formiche.net, Andrea Carteny, docente di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università La Sapienza, approfondisce questa parabola nelle elezioni locali ungheresi e spiega perché non può essere interpretata come una frenata del nazionalismo in Europa.

“Può essere considerata”, sostiene, “come una prima battuta di arresto per il consolidamento del potere, ma parlare di inizio della fine o di crisi è forse un po’ eccessivo”.
L’analista sottolinea le differenti condizioni di vittoria nelle differenti città: “Prendiamo il caso di Budapest: il leader dell’opposizione vince con un fronte anti-Orbán che comprende anche l’ultra-destra, quella di Jobbik. Immaginate, per esempio, che per sconfiggere il candidato di Berlusconi a Roma si mettano insieme Casa Pound e Salvini, i Verdi e la sinistra. Questo è il quadro. Ma è un contesto molto particolare, perché oltre a vincere bisogna governare: e se a livello amministrativo si possono cercare formule locali, a livello politico conciliare l’inconciliabile è molto più difficile”.

Per il docente, le opposizioni stanno capendo che per avere un’opportunità per arrivare al potere devono unirsi: “Questo avviene anche in altre città. Parlare dell’inizio della fine di Orbán, è possibile, certo, perché la politica è fatta di cicli, ma definire il premier ungherese come il male assoluto, e dire che gli altri sono buoni, no. Non è proprio così. Orbán propone un sovranismo internazionale e così rafforza il suo potere in Europa. Ma da qui a farlo diventare ultra-nazionalista ne passa”.
Secondo Carteny, “Orbán non è stato soltanto un leader della destra europea sovranista, ma è anche un popolare capace di contenere gli estremisti più nazionalisti, come quelli di Jobbik. Sono una formazione molto forte in Ungheria che amministra localmente. Jobbik è più come CasaPound, solo che in Ungheria una formazione così può raccogliere anche il 15-20% dei consensi”.

La sconfitta di Orbán, tra tanti motivi, si deve secondo gli analisti anche alle accuse per il Fidesz di nepotismo e corruzione, che hanno trovato spazio nell’opinione pubblica e nell’elettorato urbano. “In quartieri ad alto tasso demografico e con elevata presenza di cittadini rom, Orbán è ben voluto”, racconta Carteny. “È di destra, ma dà molti più sostegni della sinistra alle famiglie con figli, purché impiegati in lavori socialmente utili. È la borghesia di Budapest che ha in parte voltato le spalle a Orbán, mentre nelle fasce più basse, gli elettori delle famiglie più disagiate sono a volte più a favore delle politiche di Orbán”, ha spiegato l’analista.

“Prendere l’esempio ungherese per applicarlo a tutta l’Europa non funziona. Quanto sta accadendo in Ungheria è un segnale di una criticità interna con caratteristiche specifiche”. In Polonia, per esempio, la situazione è simile ma anche differente: “Questo blocco di Orbán che da noi si considera – con una certa superficialità, all’estrema destra è in realtà al centro del panorama politico ungherese. Copre alcune posizioni ideologiche dell’estrema, ma le contiene anche. Fare di questo un trend internazionale europeo è difficile, perché altri Paesi non hanno questo schema. Da noi, Orbán è più un Tajani, che copre l’area della destra di Salvini e di Meloni. Quelli di Jobbik sono molto più duri della nostra destra-destra, hanno una piattaforma di ultra-nazionalismo”. In Italia, il segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, ha twittato entusiasta per il risultato in Ungheria, che rappresenta “un segnale positivo e di speranza per l’Europa”.

Ma secondo Carteny la situazione è più complessa. Quest’ultimo sostiene che sì, la sinistra italiana può rallegrarsi del fatto che un partito come i Verdi, che sta crescendo in Ungheria, come in Germania, possa strappare il potere ad altri: “Ma noi non abbiamo questo tipo di cultura. Da noi i Verdi hanno sempre avuto lo 0,1-0,2%, non oltre. Il centro-sinistra in Italia è al potere, dopo avere perso le elezioni. E il suo obiettivo è lasciare fuori Salvini. Il leader della Lega è sempre stato considerato affine Orbán, l’omologo di Orbán in Italia (mentre 10 anni fa lo era Berlusconi). Le analogie si fermano ad una considerazione del fatto che una élite al potere consolidata, conservatrice e sovranista non necessariamente vince tutte le elezioni, e di questo la sinistra si può rallegrare”.

 

Perché la sconfitta di Orbán non è un trend europeo. L’analisi di Carteny

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