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Sono anni che gli Stati Uniti stanno eliminando vari capi dell’Isis e la morte del sedicente ‘califfo’ Abu Bakr al Baghdadi è un altro di questi momenti. Tuttavia, non c’è da sperare che questo sia il colpo finale, perché “i drappi neri hanno una leadership abbastanza collettiva, che in passato ha consentito loro di rimpiazzare senza troppi contraccolpi le loro guide quando uccise”.
A crederlo è Lorenzo Vidino – docente e direttore del Programma sull’estremismo presso la George Washington University – che in una conversazione con Formiche.net analizza le mosse di Donald Trump prima e dopo il raid, le possibili reazioni dei jihadisti che preoccupano l’intelligence occidentale e i piani del gruppo terroristico per il futuro. E sul possibile rimpatrio dei foreign fighter in Europa dice che…

Professor Vidino, il leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi è stato ucciso. Che cosa significa per il presidente Usa Donald Trump e per la sua narrativa?

Il raid non è arrivato naturalmente dall’oggi al domani, ha richiesto una grande e lunga preparazione, però per Trump è giusto al momento giusto. È utile senza dubbio per rafforzare una narrativa semplicistica – e non condivisa dall’establishment americano – che basti fare attacchi mirati, senza cosiddetti ‘boots on the ground’, per sconfiggere l’Isis.

L’inquilino della Casa Bianca ha spinto molto questo evento dal punto di vista mediatico.

Indubbiamente, e dal punto di vista politico ha fatto probabilmente bene. Anche Barack Obama lo fece dopo l’uccisione di Osama bin Laden. Si tratta di un obiettivo importante che fra l’altro, unito ad altre mosse come il ritiro dei soldati americani dalla Siria, parla all’elettorato e non alle élite. Non va dimenticato che negli Usa ci si trova in piena campagna elettorale. Penso che ciò sia preoccupante, perché naturalmente quanto fatto non debella l’Isis, ma giustifica agli occhi degli elettori di Trump le sue posizioni e trasmette agli americani il messaggio che ‘i ragazzi statunitensi non sono più in pericolo’. Dal punto di vista del presidente in carica è sicuramente un punto a favore.

Perché questo messaggio sarebbe preoccupante?

La settimana scorsa tutti parlavano di uno Stato islamico risorgente con l’uscita degli Usa dalla Siria. Ora la morte di al Baghdadi potrebbe far pensare che basti fare raid di questo genere per eradicare il fenomeno. Ma attacchi di questo tipo da parte della coalizione internazionale anti Isis si susseguono da tempo e finora non sono bastate a fermare il gruppo. Anzi, c’è il rischio che da un’uscita americana possano beneficiare non solo i jihadisti, ma anche altri attori problematici come Russia, Iran e Turchia.

Trump ha chiesto che, per iniziare, i Paesi europei riprendano i loro foreign fighter. Che cosa ne pensa?

Innanzitutto la trovo una dichiarazione un po’ ipocrita, perché Trump non si è ripreso i suoi, che tra l’altro sono pochi. Ha fatto carte false per togliere loro la cittadinanza americana. Tuttavia la sua accusa è vera, ma al momento trovo difficilmente praticabile un ritorno in patria dei foreign fighter. Se da un lato c’è un piano etico-morale secondo cui i loro Paesi di provenienza dovrebbero farsene carico, dall’altro va ricordato che nessuna nazione occidentale è oggi attrezzata dal punto di vista politico, giuridico e securitario per gestirli. Per questo ci si orienta sul monitorarli, con tutti i limiti che questa strategia comporta. Ma ad esempio è difficile che uno stato come la Francia, che ne ha circa 400, possa rimpatriarli tutti senza problemi.

I media parlano già di un successore, Abdullah Qardash, conosciuto anche con il nome di Hajji Abdullah Al Afari, a quanto pare designato dallo stesso ‘califfo’ già nello scorso mese di agosto, ma che per alcuni esperti potrebbe in realtà essere già morto. Che leadership sarebbe la sua?

Non azzarderei nomi, ma c’è da giurare che l’Isis si riorganizzerà in tempi non molto lunghi.

Che cosa glielo fa pensare?

Sono anni che gli Stati Uniti stanno eliminando vari capi del gruppo jihadista. Questo è da considerare un altro tassello della traiettoria discendente dell’Isis, ma i drappi neri hanno una leadership abbastanza collettiva, che in passato ha consentito loro di rimpiazzare senza troppi contraccolpi le loro guide quando uccise.

Crede che ci sarà una reazione da parte del gruppo jihadista? E se sì, quale?

Sarebbe ingenuo non aspettarsela. In questo momento i servizi di intelligence occidentali e non solo sono concentrati proprio su questa possibilità. Ma non è detto che si verificherà. Quando venne ucciso bin Laden al tempo si parlò di possibili azioni di al Qaeda tese a dimostrare che il gruppo fosse ancora vivo. Allora non ci furono attentati. Dunque è difficile dire se accadrà o no. Di certo l’ipotesi che un lupo solitario, un soggetto non strutturato faccia qualcosa è possibile.

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