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La linea del traguardo è vicina. Altre 24 ore, e l’ “operazione Renzi” potrà dirsi avviata, e irrevocabile. Così è stata ribattezzata l’iniziativa che l’ex premier di Rignano sull’Arno ha intavolato a suon di telefonate, sms e caminetti nei corridoi di Palazzo Madama da quando Matteo Salvini ha staccato la spina al governo Conte. Obiettivo: impedirgli di andare alle urne ottobre, votare la riforma sul taglio dei parlamentari e sostenere assieme ai Cinque Stelle un governo di scopo che scriva la manovra. Ieri l’intervento del segretario dem Nicola Zingaretti, che sull’Huffington Post ha scritto un appello dal titolo eloquente, “Con franchezza dico no”, aveva bocciato in pieno il tentativo dei renziani.

Bisogna affrontare Salvini alle urne, non nei palazzi, è il ragionamento del presidente della regione Lazio. Sipario chiuso. O meglio socchiuso, se è vero che già oggi ai piani alti del Nazareno prevalgono più miti consigli. Il pressing del giglio sul segretario è continuato a tambur battente. Fatta eccezione per Carlo Calenda, tornato ancora una volta a suonare il requiem al Pd, i “renziani” da 90 si sono subito schierati col leader. Da Maria Elena Boschi a Pier Carlo Padoan, da Luigi Marattin a Michele Anzaldi, da Ettore Rosato a Lorenzo Guerini, il partito del non voto continua a fare proseliti in casa dem. Un’apertura di credito eloquente arriva anche dall’ex sottosegretario al Mise Antonello Giacomelli, sempre sul giornale diretto da Lucia Annunziata. Le richieste di Renzi, dice, sembrano “rispondere alle esigenze reali del Paese”. Dopotutto, ragiona, se davvero come da mesi va dicendo Zingaretti si è di fronte a un nuovo bipolarismo destra-sinistra, allora val la pena mettere i bastoni fra le ruote a Salvini subito, prima che sia troppo tardi. La missione unità, che ha nell’ex ministro Dario Franceschini il suo vero regista, ha trovato una sponda anche in un zingarettiano doc come Goffredo Bettini, che ha aperto a un’interlocuzione con i Cinque Stelle a patto che ricambino la classe dirigente.

Frattura ricomposta? Presto per dirlo, ma l’ora della verità è vicina. Salvini è pronto a un tentativo in extremis per mettere alle strette i grillini: ritirare la delegazione leghista dal governo, non solo i sette ministri ma anche tutti i sottosegretari. Conte dal canto suo ha pronto un discorso durissimo contro il leader del Careoccio e vuole pronunciarlo in Parlamento non oltre il 20 agosto.

La conferenza dei capigruppo convocata a Palazzo Madama questo pomeriggio non è che il preludio della battaglia finale. In assenza di unanimità, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, vero arbitro di questi tempi supplementari, non potrà che rispedire all’aula del Senato la decisione sul calendario. Sarà l’emiciclo a dire l’ultima parola sulla tabella di marcia dei lavori. Il partito del non voto non deve far altro che rimandare la deliberazione sulla mozione di sfiducia leghista a Conte più in là possibile. Basta invertire l’ordine dei lavori, e farla slittare dopo il voto sul ddl “Taglia poltrone” previsto il 9 settembre e quello sulla mozione di sfiducia dem contro Salvini, e i giochi sono fatti.

I pronostici al Senato sono favorevoli all’operazione Renzi. L’ex premier controlla gran parte della pattuglia di senatori (almeno una quarantina), e i continui appelli all’unità lanciati da Zingaretti nelle ultime ore sono spia di una tregua in corso d’opera. Quanto al Movimento Cinque Stelle, la linea prevalente è un ok Corral. Questo almeno il responso di quattro ore di seduta fiume alla Camera dell’assemblea del partito, che ha isolato le voci più critiche all’operazione come Gianluigi Paragone e il no-Tav Alberto Airola. La road map c’è, e non prevede un “governo di scopo” ma un “governo di legislatura” che duri ben oltre la primavera.

Rimane solo l’incognita Forza Italia. La linea della dirigenza azzurra, e soprattutto del cerchio magico di Silvio Berlusconi, è un no secco alla proposta Renzi. Nel partito alle prese con la scissione totiana però c’è più di un colonnello a tentennare. Domani, a palazzo Madama, la schiera del non voto messa insieme da Renzi si farà trovare più compatta del previsto. I numeri sono risicati, ma in queste ore il vento è cambiato. Matteo R. vincerà su Matteo S., ai punti.

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