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Nel giorno del nuovo attacco missilistico dei ribelli Houthi contro una parata militare nella città di Aden, con diverse vittime civili, l’ultimo report delle Nazioni Unite è un monito sulla complessità del conflitto in Yemen. Ridurlo all’export di materiali di difesa all’Arabia Saudita può risultare semplicistico, poco lungimirante e rischioso sul fronte strategico e industriale.

LA BLACKLIST DELL’ONU

Il report annuale “Children and armed conflict” dell’Onu descrive un quadro drammatico e preoccupante. Nel 2018, sono rimasti coinvolti nel conflitto in Yemen 1.689 bambini, di cui 576 uccisi dagli scontri a terra e dai bombardamenti. Eppure, indica nettamente che concentrare l’attenzione solo sulla coalizione a guida saudita è sbagliato. D’altra parte, essa figura (insieme alle forze del governo Hadi) tra le “parti che hanno promosso misure per aumentare la protezione dei minori”. Al contrario, i ribelli Houthi figurano nella categoria opposta, la cosiddetta blacklist dell’Onu per quanto riguarda il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati. È vero che l’Arabia Saudita era presente tra i “cattivi” negli anni precedenti, ma ora il passaggio tra i “not so bad” testimonia una trend da tenere in considerazione.

LA CONTRADDIZIONE ITALIANA

Ciò deve far riflettere anche l’Italia. Dopo un lungo dibattito, a fine giugno, la Camera ha approvato infatti la risoluzione di maggioranza Lega e M5S sulla questione dell’export alla coalizione a guida saudita, impegnando il governo a fermare “esportazioni di bombe d’aereo e missili che possono essere utilizzati per colpire la popolazione civile e loro componentistica verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sino a quando non vi saranno sviluppi concreti nel processo di pace con lo Yemen”. Una scelta forte, per cui già allora si notava gli scarsi riferimenti nelle varie mozioni (le prime erano di Leu e Pd) alle azioni degli Houthi, segno di un approccio che non teneva conto di tutte le sfaccettature della guerra, compreso il ruolo dei proxy di Teheran. Ciò diventa adesso ancora più attuale, vista l’esigenza di assumere una posizione chiara rispetto alle crescenti frizioni nello Stretto di Hormuz tra Usa-Uk (che chiedono supporto agli alleati) e Iran.

LA SITUAZIONE EUROPEA

Comunque, la questione dell’export ai sauditi è comune a diversi Paesi europei. Il primo a sollevarla fu la Germania quando, lo scorso ottobre, annunciò lo stop delle vendite militari a Riad a seguito dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi. Il velo di moralità che sempre avvolge le questioni legate alle vendite militari in Paesi come Germania e Italia si è però squarciato a metà giugno, quando il ministero dell’Economia tedesco ha reso noto che Berlino ha venduto materiali per la difesa per 1,1 miliardi di euro a diversi Paesi coinvolti nel conflitto in Yemen, solo nei primi sei mesi dell’anno. Tra le 122 autorizzazioni rilasciate per l’export diretto a Egitto, Emirati Arabi, Giordania, Kuwait, Sudan e Bahrein, ce ne sarebbero anche due all’Arabia Saudita, in barba a quanto proclamato dall’esecutivo di Berlino a ottobre 2018.

TRA LONDRA E PARIGI

Il Regno Unito si è impelagato nella questione più di recente. A fine giungo, l’esecutivo britannico ha deciso di bloccare nuove vendite militari ai Paesi della coalizione a guida saudita, scelta inevitabile visto il verdetto della Corte d’appello di Londra che, seguendo la richiesta dell’associazione pacifista Campaign Against Arms Trade, aveva giudicato illegittimo il procedimento utilizzato per l’export di materiali di difesa. In particolare, la procedura utilizzata non avrebbe consentito una corretta valutazione dell’impatto degli armamenti venduti in termini di vittime civili nei bombardamenti indiscriminati durante la guerra in Yemen. Il governo, guidato allora da Theresa May, aveva difeso la propria condotta, accettando la sentenza ma promettendo ricorso al terzo grado di giudizio. Nel frattempo, è rimasta decisamente più realista la posizione francese, il cui export militare presenta tradizionalmente meno peli sulla lingua, tanto da aver creato più di qualche frizione con l’alleato tedesco nella prospettiva di sviluppare sistemi comuni di nuova generazione (a partire dal caccia Fcas).

IL CASO AMERICANO

Lo stesso si può dire degli Stati Uniti, maestri nell’utilizzare le vendite militari come strumenti per consolidare alleanze e rapporti strategici. Eppure, oltre oceano, la questione saudita si è caricata di dinamiche politiche interne, per lo più connesse al tentativo democratico (a tratti con qualche repubblicano) di ostacolare la strategia mediorientale targata Donald Trump e Mike Pompeo. Sebbene la questione avanzata dall’opposizione dem riguardi l’uccisione di Khashoggi e i danni alle vittime civili nella guerra in Yemen, di fondo resta il tentativo di incrinare l’asse che l’amministrazione sta rafforzando con Riad in una chiara ottica anti-iraniana. Proprio questa settimana, la linea del presidente ha però trovato la compattezza repubblicana al Senato. I tre voti con cui si poteva ribaltare il veto posto da Trump sullo stop all’export verso sauditi e coalizione non sono andati in porto. Nulla da fare per i democratici. Via libera alle vendite annunciate dalla Casa Bianca a maggio (con l’apposizione di una notifica di emergenza per accelerare i tempi), per un totale di 8,1 miliardi di dollari, per lo più in munizionamento destinato a diversi assetti e bombe a guida laser.

LA QUESTIONE INDUSTRIALE

Oltre gli aspetti politici e strategici, ci sono quelli industriali. Ieri, un nuovo messaggio è arrivato dal colosso franco-tedesco Airbus, che nei conti semestrali ha registrato una riduzione di profitti per 208 milioni di euro proprio per il blocco predisposto dal governo tedesco. Ma è solo l’ultimo di una serie di appelli arrivati da tutti i big continentali nei mesi recenti. A giungo, il nuovo ceo di Airbus Guillaume Faury aveva addirittura paventato l’ipotesi di passare alle vie legali contro la decisione di Berlino. Già ad aprile, l’inglese BAE Systems, che guida il consorzio Eurofighter nella maxi vendita a Riad per 48 velivoli, avvertiva del rischio di venir meno agli obblighi contrattuali nei confronti dei sauditi a causa della politica tedesca. Così come la tedesca Rheinmetall, che ha sollevato alcune preoccupazioni per il suo contratto da 120 milioni di euro per la consegna di 90 veicoli militari. Alessandro Profumo, ceo di Leonardo, notava inoltre “il rischio di fratturare la creazione di un sistema di difesa europeo”, prospettiva descritta anche da diversi esperti del settore.

IL MERCATO

Infine, ci sono le prospettive di mercato per una regione, il Medio Oriente, in forte crescita. L’autorevole Stockholm international peace research institute (Sipri) ha stimato che nel 2018 l’Arabia Saudita ha speso 67,7 miliardi di dollari (l’8,8% del Pil) nel settore della difesa, attestandosi come terzo Stato al mondo (dopo Stati Uniti e Cina) e primo nella regione del Golfo, nella classifica dei Paesi con la più alta spesa militare. Considerando solo il lato export, Riad è al primo posto dei Paesi importatori, ricevendo la maggior parte dei propri sistemi e armamenti da Stati Uniti, Regno Unito e Francia (non la Germania, primo Paese a bloccare l’export). Nonostante questi numeri, per quanto riguarda la potenza militare, Riad si colloca al 26esimo posto (su 136 Paesi) nella classifica di Globalfirepower.com, a testimonianza di un sistema che ancora cerca la piena efficacia e che, per questo, si rivolge al mercato internazionale.

Armi all'Arabia Saudita. Il report Onu e il caso italiano

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