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“Sarà grande!”. Il primo dei grandi leader a congratularsi con Boris Johnson, il nuovo capo politico dei conservatori inglesi che domani diventerà primo ministro britannico, è stato il presidente statunitense, Donald Trump, ed è questo lo specchio più nitido del futuro che Londra si trova davanti. La possibilità di spingere sulla Brexit – ancora incompiuta, e anche per questo costata il posto a Theresa May (entrata a sua volta dopo le dimissioni di David Cameron), e la sostituzione col “Brexit cheerleaderBoJo, citazione Washington Post – e trovare una sponda a Washington, da dove Trump ha criticato aspramente la ex premier per non aver ingaggiato un linea dura sull’uscita dall’Europa.

Da inizio giugno, i parlamentari Tories hanno tenuto una serie di votazioni scremando via via i candidati, fino ad arrivare al testa a testa con l’attuale ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, da cui  Johnson è uscito – come da previsioni – vincitore, grazie al 66 per cento dei voti (arrivati via posta) degli iscritti. Per la sovrapposizione tra leadership e premiership prevista dal sistema politico inglese, essendo i conservatori il partito di maggioranza, Johnson formerà il governo – e Hunt, secondo alcuni rumor, potrebbe anche restare al suo posto: l’inviata della BBC alla convention racconta di una lunga conversazione tra i due dietro le quinte prima della nomina (che per questo sarebbe stata rinviata di alcuni minuti). Mantenere Hunt al Foreign Office sarebbe un segnale di stabilità politica, secondo diversi analisti.

Sulla scrivania di Downing Street, Johnson troverà immediatamente un dossier molto caldo, quello della crisi delle petroliere nel Golfo Persico. L’Iran ha sequestrato un tanker inglese a Bandar Abbas, dopo che i Royal Marines ne aveva bloccato uno iraniano a Gibilterra. Il terreno è scivoloso, ieri Hunt ha spiegato il piano di contenimento da lui studiato e progettato col comitato di sicurezza Cobr – una missione marittima europea per scortare i cargo attraverso il Golfo. Si tratta di un coinvolgimento diretto con Bruxelles, che secondo Londra è un attore in grado di gestire la crisi in modo avvolgente, essendo anche impegnato in un altro dialogo complicato con Teheran, quello per mantenere in vita l’accordo sul nucleare del 2015 – terreno che può servire da bilanciamento, ed è strettamente collegato con quello che succede ai traffici del greggio.

Il fascicolo Iran apre la porta al vero argomento di fondo del lavoro di Johnson a Downing Street, il rapporto con l’Europa e la Brexit. BoJo, esattamente un anno fa, si era dimesso dal Foreign Office in diatriba con May, accusata di aver gestito la pratica con troppo mollezza. Lei era un Remain, lui – noto anche per avere un repertorio di informazioni alterate e false sull’Ue – un convinto sostenitore della necessità di portare Londra fuori dall’Unione Europa anche senza accordo (il cosiddetto “no-deal“). Ora, dopo che ha passato settimane a battere i pugni sui tavoli per tenere una linea dure e decisa, ottenendo il plauso ripetuto da Trump, dovrà agire. E muoversi per stringere la nuova Special Relationship da integrare con la visione del ruolo americano nel mondo che Trump alla Casa Bianca rappresenta.

Johnson è conosciuto nel mondo per il suo modo bizzarro di porsi, ha un carattere estemporaneo, spesso eccentrico, odia il politically correct, e sono tutti aspetti che creano attorno a lui polarizzazione: c’è chi lo adora, chi lo detesta. È un politico esperto, già sindaco di Londra, ha studiato al college regale di Eton, viene da una buona famiglia (curiosità: il bisnonno era di origine turche, e il suo nome completo è Alexander Boris de Pfeffel Johnson), s’è laureato in lettere classiche a Oxford, latinista, molto colto. È nato a New York, ha doppia cittadinanza. Ex giornalista al Times, al Daily Telegraph (vicedirettore) e dello Spectator come direttore. Nel 2004 è stato responsabile della Cultura, dal 2005 dell’Istruzione, nel governo ombra di Cameron.

Johnson a Downing Street per spingere la Brexit (e la relazione con Trump)

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