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Genova non sarà un’altra Siena. E Genova avrà ancora una sua banca. Nel giorno più lungo per l’istituto genovese, passa il piano da 900 milioni per la ricapitalizzazione della banca, finita in una crisi senza apparente soluzione undici mesi fa dopo il mancato aumento da 400 milioni, affossato dalla famiglia Malacalza, principale socio privato con una quota del 27%. Nel nuovo capitale di Carige farà dunque il suo ingresso lo Schema volontario del Fondo Interbancario, ovvero le banche aderenti all’operazione, la Cassa centrale di Trento e un pool di soci privati.

I soci chiamati oggi a dare il via libera al complesso schema che dovrà rafforzare per 900 milioni il capitale dell’istituto (700 di aumento più 200 per la conversione del bond subordinato) hanno votato per il sì a larga maggioranza, malgrado le contestazioni di molti piccoli azionisti. Al voto, arrivato pochi minuti prima delle 16 dopo circa cinque ore e trenta d’assemblea, hanno partecipato in proprio o per delega oltre 20 mila soci, pari al 47,6% del capitale. I sì sono pari al 91% dei presenti, oltre il 43% del capitale totale. A questo punto la ricapitalizzazione, che è stata facilitata dall’assenza di Vittorio Malacalza alla votazione finale, sarà distribuita per 312,2 milioni allo Schema volontario (con conversione dei bond sottoscritti a novembre 2018), per 63 milioni alla Cassa centrale trentina, chiamata al capezzale di Carige in veste di partner industriale, per 85 in opzione ai soci attuali e per 238,8 al Fondo Interbancario, garante anche per l’inoptato eventuale degli 85 riservati ai vecchi azionisti. Lo Schema volontario ha anche messo sul tavolo azioni gratuite per 10 milioni di euro per i soci attuali, che saranno assegnate premiando soprattutto la partecipazione in assemblea.

Numeri a parte, il dato politico è un altro. E cioè che la tanto temuta ricapitalizzazione di Stato, cioè con soldi dei contribuenti, è scongiurata. Nessuna nazionalizzazione stile Mps insomma (oggi il Tesoro è azionista al 68% ma entro il 2021 dovrà uscire dal capitale e restituire la banca al mercato), per buona pace dei sostenitori di quella soluzione di mercato che aveva trovato uno dei principali sponsor nell’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria.

Formiche.net ha chiesto un commento ad Angelo De Mattia, editorialista ed ex dirigente di Bankitalia. “Si tratta di un risultato molto importante, raggiunto al culmine di settimane di tensione e paure sul futuro della banca”, spiega De Mattia. “La conclusione è felice e importante, anche se ora bisognerà capire le prossime mosse di Malacalza, per capire che cosa lo abbia indirizzato verso la scelta di non votare il piano. Quello che però al momento conta è che il piano di salvataggio sia passato, aprendo adesso la fase operativa dell’aumento di capitale. La decisione di oggi chiude il periodo più difficile di Carige. Da questo momento in poi bisognerà mettersi pancia a terra per rilanciare un istituto in difficoltà”.

De Mattia si sofferma anche sulla soluzione di mercato che ha trionfato sulla nazionalizzazione o peggio la messa in liquidazione della banca. “Nei giorni scorsi quello che si temeva è che si andasse verso una liquidazione coatta della banca, oppure verso una nazionalizzazione, che però era rimasta solo a livello di ipotesi. La strada principale è sempre stata quella di mercato e oggi è stato dimostrato che il mercato sa dare soluzioni di salvataggio. Ricordiamoci della vicenda Tercas, che ha eliminato l’ombra degli aiuti di Stato sugli interventi del Fondo Interbancario. Il pericolo è scampato, adesso c’è la fase due: mettere in pratica quanto deciso oggi”.

Mercato batte Stato. Carige è salva (senza soldi pubblici)

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