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Durante un’intervista condotta da Max Blumenthal di Greyzone (un sito giornalistico alternativo), il caudillo venezuelano Nicolas Maduro ha detto che John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale americana, ha tentato di farlo assassinare. Bolton, secondo Maduro, avrebbe dato personalmente l’ordine dall’interno della Casa Bianca nell’agosto scorso, con un piano studiato insieme al presidente colombiano, Juan Manuel Santos. “Stai dicendo che Bolton ha ordinato personalmente di ucciderti?” gli chiede Blumenthal: risposta affermativa, “e aspettava nel suo ufficio [nella West Wing] il risultato”, aggiunge Maduro.

Poi spiega che tutto è stato scoperto in tempo, tutti gli spostamenti logistici e l’appoggio dato dall’intelligence colombiana: “Siamo sopravvissuti quel giorno”, dice. Chi segue da un po’ il dossier venezuelano, ricorderà che ad agosto 2018 Maduro aveva denunciato un attentato contro di lui (quello) accusando “l’estrema destra” in combutta con la Colombia, ma uscirono fuori circostanze molto controverse. Era sabato 4 agosto 2018, due droni killer sarebbero stati diretti contro il leader e fatti esplodere durante un comizio. Parlava per l’81esimo anniversario della Guardia nazionale, il caudillo era in piazza davanti al pubblico e in diretta televisiva, a un certo punto i suoi gorilla lo portarono via dal palco. Poche ore dopo fece una dichiarazione sull’accaduto dal palazzo presidenziale denunciando la missione assassina diretta contro di lui dai suoi nemici, ma i vigili del fuoco dissero all’Associated Press che le esplosioni erano dovute a una fuga di gas in un palazzo vicino.

Quella affidata a Greyzone è comunque un’informazione interessante, imbevuta di secchi di propaganda (as usual: gli americani sono tutti complici del KKK dice il venezuelano, e vogliono farci morire di fame, per esempio; dimenticando che il suo Paese muore di fame perché il suo regime chavista è colpevole di gestioni sgangherate della cosa pubblica e di aver creato un sistema endemicamente corrotto che negli anni ha portato il Paese al collasso attuale). Si apre su due aspetti.

Il primo è banale: è possibile quello che dice? Sì, certamente, quanto improbabile: tra le opzioni segrete sul tavolo della Cia potrebbe esserci effettivamente l’eliminazione fisica del dittatore di Caracas, ma sarebbe complicato e forse fuori dall’interesse generale americano. La seconda è piuttosto sofisticata invece: anche Maduro sembra voler usa la leva Bolton per infastidire Donald Trump, ossia, anche il venezuelano cerca di sfruttare retoricamente e politicamente le differenti visioni con cui il consigliere affronta i dossier rispetto al presidente – un falco agguerrito il primo, un dealer da pugni sul tavolo e successive strette di mano il secondo.

Questo aspetto non è nuovo, perché anche lo stesso Trump ha ammesso che Bolton vorrebbe “fare la guerra a tutti”, ma la presenza del consigliere tra i collaboratori del giro strettissimo trumpiano serve allo Studio Ovale, e a chi ne delinea le strategie, per mantenere un buon livello di deterrenza dietro alle mosse con cui il presiedete Usa a volte sovverte l’ordine delle relazioni internazionali facendole diventare un tira e molla tra businessman per chiudere il miglior contratto possibile.

Maduro, e allo stesso modo il governo iraniano o a volte il regime nordcoreano, cercano invece di piantare frecciate tra queste distanze per mettere in difficoltà Trump – uno per cui la guerra o gli attacchi fisici non rientrano nei piani – facendolo passare come manovrato da alcuni consiglieri. Il ministro degli Esteri iraniano li chiama il “Team-B” dell’amministrazione, e accusa il presidente di farsi distrarre da loro, mentre con Teheran, Trump, potrebbe anche trattare faccia a faccia (mai ammesso esplicitamente, sia chiaro). Bolton ha una “mentalità criminale, mentalità di un assassino”, dice ora Maduro, mentre lancia a Trump un messaggio: parliamoci, in mezzo alla fase più critica delle relazioni.

Ci sono spazi di contatto? Durante l’intervista a Blumenthal, Maduro ha detto: ”C’è speranza per un dialogo, un nuovo tipo di rapporti tra gli Stati Uniti e la rivoluzione bolivariana, e il Venezuela”, e ha aggiunto di aver fatto presente a Trump – evidentemente attraverso canali diplomatici attivi e secondari – di essere pronto al dialogo con Washington. ”Ho detto al presidente Trump che se un giorno, oggi o in futuro, ci sarà un’opportunità per un dialogo rispettoso e comprensivo, sono pronto a tendere la mano. Che Dio lo voglia!”. Pochi giorni fa, parlando da Lima, Bolton aveva ringhiato invece: “Il tempo per il dialogo è finito”.

Washington ha prima appoggiato il tentativo di rovesciare il regime lanciato a gennaio da Juan Guaidó, con Trump che pensava – sotto input di Bolton – che potesse essere un processo rapido, ma a sette mesi di distanza nulla è cambiato. E la Casa Bianca sembrava aver perso parte dell’interessamento al dossier, così almeno raccontavano gli insider ai media americani, ma invece l’altro ieri sono stati smentiti (ma non è detto sia un nuovo impulso) perché il presidente ha firmato un executive order per alzare una misura severissima, l’embargo totale (un impegno anche rischioso, che dunque delinea interessamento), per provare a sbloccare la situazione. “Terrorismo economico”, è l’accusa arrivata dagli Esteri di Caracas.

 

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