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La maggioranza di governo ha i suoi guai, che sono lì da vedere, giudicare e tollerare (o criticare) a seconda della propria inclinazione politica.

Vogliamo però parlare un momento delle opposizioni (parlamentari e non) al governo giallo-verde?

Si che vogliamo, perché esse sono parte essenziale del “panorama” e, sia chiaro da subito, sono in buona misura “funzionali” alla coalizione (si fa per dire) tra Lega e M5S.

Ebbene partiamo dal lato destro dello schieramento, quello occupato (in primis) da Fratelli d’Italia e poi da quel che resta di Forza Italia.

Qui va dato atto a Giorgia Meloni di battersi con intensità, le va riconosciuta indubbia abilità nello stare sui social e sui media più tradizionali, le va appuntata la medaglia (tutt’altro che solo decorativa) di unica donna nel panorama politico italiano con i galloni di leader.

Detto tutto ciò però, è anche del tutto evidente che non c’è in quel movimento politico una reale volontà o capacità di differenziarsi da Salvini, non fosse altro per il fatto che quest’ultimo occupa tutto lo spazio possibile sui temi cari all’ultimo erede della genia Msi-AN, cioè i temi tipici di una destra sovranista e populista.

Ecco quindi il partito della Meloni (pur in costante ma lenta crescita nei consensi) costretto ad una sorta di sospensione politica, che si è plasticamente vista ieri nel voto di astensione al Senato sul decreto sicurezza: è contro il governo ma non contro la Lega e quindi proclama la volontà di andare a votare quanto prima ma cercando di non irritare troppo Salvini.

Poi c’è Forza Italia, ormai il pallido ricordo di quello che fu il “partitone” moderato della Seconda Repubblica.

Potrà non piacere al Cavaliere (anzi è certo che lo fa imbufalire), ma in casa azzurra le cose sono molto chiare: da dieci anni (discorso ad Onna di Silvio Berlusconi dell’aprile 2009, vero e proprio patto per una Nuova Italia) da quelle parti non si produce più politica, ma si cerca di gestire quel che resta di un grande potere che fu.

È vero che Berlusconi ha subito una imponente offensiva giudiziaria, ma è anche vero che tutto quello che gli è capitato se l’è un po’ cercato.

E comunque le chiacchiere stanno a zero: Forza Italia non esiste più come corpo politico, piattaforma programmatica e struttura organizzativa, annientata dal protagonismo di Salvini e dalla pervicace volontà del Cavaliere (e del suo cerchietto magico) di far finta di niente, come se prendere il 25 % dei voti fosse lo stesso che prendere l’8 (vedasi alla voce Europee 2019).

Le residue speranze di quest’area politica sono nella mani di Toti (unico che ha mostrato un certo coraggio ultimamente) e, forse, in quelle di Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, ma sono flebili speranze.

Il partito è diviso, incupito, moribondo, come peraltro dimostrato dall’allucinante decisione di ieri al Senato, dove il gruppo azzurro è riuscito nel capolavoro di restare in aula pur non partecipando alla votazione, bizantinismo incomprensibile anche ad un professore ordinario di diritto parlamentare.

Volgiamo ora lo sguardo a sinistra, dove la situazione è più complessa ed anche più interessante.

Intanto perché l’area di consenso è più ampia e ragionevolmente stimabile intorno al 30 %, cioè tanta roba se si vuole stare all’opposizione, ma ben lungi dall’essere sufficiente per governare.

Qui c’è innanzitutto una componente di sinistra-sinistra che si batte in tutti i talk televisivi con veemenza, facendo però purissimo atto di testimonianza e finendo per essere l’avversario perfetto per Salvini, talmente perfetto da finire per essergli funzionale (si veda alla voce Carola&Company).

Poi c’è il Pd, su cui occorrerebbe l’aiuto di una équipe di esperti, con forti specializzazioni in psicologia, sociologia e antropologia.

Va detto che Zingaretti fa (con garbo) quel che può, ma rimane il fatto che guida una comunità politica che tale non si sente, governata da un gruppo dirigente diviso da odi feroci ed irrimediabili e per giunta privo di una piattaforma programmatica efficace e condivisa.

Il Pd non ha una strategia in materia d’immigrazione in grado di rappresentare una svolta (Minniti aveva capito tutto, ma l’ha massacrato il fuoco amico), non coglie il disagio verso l’Europa e l’establishment che spinge milioni di persone a votare per i populisti, non dispone di una idea diversa di comunità nazionale da quella emersa negli anni ’90, sull’onda di Blair e Clinton.

Peccato però che quella idea di comunità ha finto per massacrare proletariato e piccola borghesia (per recuperare due espressioni del ‘900), cioè quelli che dovrebbero (ancora oggi) votare a sinistra.

È un Pd talmente avvelenato al suo interno da non aver ancora fatto pace con Renzi, pur avendolo cacciato da Palazzo Chigi e dalla segreteria del partito (anche perché Renzi fa di tutto per non fare pace con gli altri), è un Pd che riesce persino a scrivere due mozioni diverse per sfiduciare l’odiato Salvini.

Ebbene questo Pd (anzi questa sinistra) può al massimo aspirare a qualche rivincita locale (complice l’ormai evidente sfarinamento del M5S), ma è ben lontano dall’essere pronto per governare.

Insomma le opposizioni (vale anche per quelle sociali, sindacato compreso) paiono aver in comune un decisivo elemento, che appartiene alla dimensione dell’arredamento di casa ma che può in un attimo diventare fatto politico: vivono in appartamenti senza specchi, evitando quindi (non a caso) di volgere, anche solo per un momento, lo sguardo verso di sé.

Per non spaventarsi.

Ma le opposizioni hanno uno specchio a casa? No, certamente no

La maggioranza di governo ha i suoi guai, che sono lì da vedere, giudicare e tollerare (o criticare) a seconda della propria inclinazione politica. Vogliamo però parlare un momento delle opposizioni (parlamentari e non) al governo giallo-verde? Si che vogliamo, perché esse sono parte essenziale del “panorama” e, sia chiaro da subito, sono in buona misura “funzionali” alla coalizione (si…

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