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Il leader del Movimento Fare!, Flavio Tosi, già sindaco di Verona per la Lega poi civico, scrive al Foglio, che in questi giorni s’è preso l’onore – condiviso anche da queste colonne – di chiedere alle forze politiche del Paese di costruire un’alternativa di destra che possa limitare il trucismo salviniano. Popolari e non populisti, è questo il cuore della proposta politica di cui in Italia c’è bisogno e su cui Tosi risponde all’appello fogliante: “Un movimento che unisca gli amministratori, i territori, il civismo popolare e liberal-democratico dell’associazionismo (cattolico e laico) diffuso nel Paese. Un soggetto politico che sappia farsi trovare pronto quando passerà questa sbornia populista”.

La “destra non-truce”, la chiama così Claudio Cerasa, è una necessità per salvare gli equilibri democratici del Paese, dove il salvinismo sta erodendo lo spazio politico che invece dovrebbe essere occupato da “un grande partito conservatore” (ancora Cerasa, che scrive che l’Italia senza questo è condannata a fare i conti con il consenso ottenuto da “una destra pericolosa, dannosa, statalista, xenofoba e persino illiberale”).

Rilancia Maurizio Lupi, ex forzista ora presidente NcI-Usei, che cita addirittura il ceco Vaclav Havel che parlava di “vita nella verità” contrapposta alla “vita nella menzogna” imposta dall’ideologia del sistema totalitario comunista, un compito “pre-politico” lo chiama. E aggiunge: “Non possiamo aspettare il giorno in cui la situazione cambierà, non possiamo aspettare che il cadavere passi sul fiume, perché sarà il nostro cadavere. Abbiamo l’arma delle nostre ragioni e quella del dialogo”.

Serve un grande partito conservatore che possa garantire sul terreno costituzionale la presenza di uno Stato che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private così come le libertà (religiosa, di insegnamento, alle organizzazioni di classe, la libertà individuale e locale). E sono molti i nomi ultimamente tirati in ballo per dar vento a questa ipotetica forza di centro, che potrebbe anche poggiare il presupposto sulla contemporanea esperienza macroniana.

Si parla di Carlo Calenda come di Urbano Cairo, di Stefano Parisi e di Mara Carfagna e Alessandro Cattaneo, e oggi in quello spazio entra anche l’ex premier dem Matteo Renzi. Si dice “un osservatore” – secondo la ricostruzione di un colloquio al Senato fatta da Carlo Bertini sulla Stampa – ma è ovvio che quando l’uomo della Leopolda parla in pubblico di una forza di centro che “nascerà di sicuro” non ha il peso dell’analista scevro, ma dell’attore protagonista che cattura sicuramente gli interessi di parte del Partito democratico.

Perché il suo spazio politico naturale è quello, a maggior ragione con le divisioni sulla linea Zingaretti (ultimo passaggio sghembo, la votazione sugli emendamenti alla Tav, dove il Pd ha perso l’occasione di mettere realmente in difficoltà il governo). E nei palazzi si vocifera da tempo del potenziale corpo politico in grado di intercettare il centro cattolico-democratico e parte di quel che resterà dell’elettorato forzista dopo la scissione totiana. Una riedizione del Patto del Nazareno, sposata anche dai riformisti montiani.

 

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