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Un tempo il mondo era dominato da due “superpotenze”, che si erano divise l’Europa e si contendevano sfere di influenza in tutto il globo. Esse rappresentavano due universi non solo politici ma anche morali diversi: gli Stati Uniti la democrazia liberale; l’Unione Sovietica il socialismo realizzato.

Quando il comunismo collassò, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, sembrò che ormai fosse arrivata “la fine della storia” (titolo di un noto libro del 1992 del politologo statunitense Francis Fukuyama): il modello capitalistico e liberal-costituzionale delle democrazie occidentali non aveva ormai più rivali. Si credette che di lì a poco nessuna forza o Stato avrebbe potuto rinunciare ad esso e nemmeno al nostro stile di vita. Così non fu. Il mondo, nel giro di pochi lustri, si complicò in modi imprevedibili, tanto che al “vecchio ordine globale”, basato “sull’equilibrio del terrore” atomico, subentrò poco alla volta il “nuovo disordine globale” che oggi vediamo scorrere sotto i nostri occhi. Apparentemente, la partita continua ancora a giocarsi fra due grandi potenze e ideologie, con la Cina che ha sostituito i russi come espressione realizzata del comunismo. In verità, altre “civiltà”, a cominciare da quella islamica, hanno ritrovato e radicalizzato le loro radici ed hanno chiesto un posto sulla scena del mondo (fu un altro politologo statunitense, Samuel Huntington, uno dei pochi a prevedere un futuro “scontro di civiltà”, come intitolò un influente articolo uscito su Foreign Affairs nel 1993).

Diversi Stati, alcuni dei quali un tempo definiti “in via di sviluppo”, sono diventati vere e proprie potenze macroregionali (Brasile, Sudafrica, India, Russia). E, soprattutto, il confronto fra democrazia occidentale e comunismo cinese è ora fra una democrazia in via di forte trasformazione (come abbiamo visto nella puntata precedente) e un comunismo che è diventato un vero e proprio capitalismo di Stato diretto dai vertici del Partito. Se il vecchio ordine, pur con l’incombenza del pericolo atomico, dava pur sempre una certa sicurezza perché in esso ogni Stato aveva un suo posto prefissato; il nuovo è diventato particolarmente frastagliato, liquido e imprevedibile: in esso i rapporti di forza si creano e vengono rinegoziati giorno per giorno, anche con minacce e ritorsioni (commerciali e non). Al pericolo atomico (gli arsenali nucleari non sono oggi nemmeno tutti beni individuabili), si è aggiunto quello di guerre che potrebbero essere combattute con mezzi tutti nuovi e già nella disponibilità: dalle armi biologiche fino a quelle informatiche e cibernetiche. Scenari da fantascienza, o meglio da incubo, potrebbero, nel giro di pochi anni, diventare non solo possibili ma anche reali.

Sarà possibile evitarli? Non sarà forse impossibile garantire quella pace relativa che ha contraddistinto i decenni seguenti alla Seconda guerra mondiale? Il dilemma sembra non avere una risposta positiva, anche perché l’“incidente” o l’“errore umano”, questa volta cibernetico o batteriologico, è sempre dietro l’angolo. Indietro, d’altronde, non si può tornare. Una guerra combattuta con i nuovi mezzi, con quelli già oggi disponibili e con quelli che nel giro di pochi anni arriveranno, non avrà né vincitori né vinti. Segnerebbe forse la fine dell’umanità per autodistruzione. Sarà pur vero, come diceva il poeta Hölderlin, che dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva, ma allo stato attuale vie di uscita praticabili che ci salvino non è dato vederle.

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