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Quello che sta accadendo in Amazzonia, dove bruciano 2.300 km quadrati di foresta, è un evento eccezionale. In quanto tale, richiede un intervento eccezionale. E, infatti, l’opinione pubblica mondiale ha cominciato a parlare addirittura di un intervento militare in Brasile per fermare la distruzione della foresta pluviale. Qualche riflessione ci pare necessaria, in questo recente clima di sensazionalismo e contro-sensazionalismo tra Macron e Bolsonaro che non aiuta a immaginare e porre in essere scelte politiche sensate.

L’Amazzonia è il polmone verde del pianeta. Da essa dipende, oltre che la sopravvivenza di migliaia di specie animali e vegetali altrimenti a rischio di estinzione (assicurando quindi una biodiversità che è abbondantemente accertata ed accettata come risorsa cruciale per la sopravvivenza della specie umana), all’incirca il 20% delle riserve di ossigeno del pianeta.

Qualsiasi cosa abbia provocato quegli incendi, si configura molto semplicemente come un crimine contro l’umanità. E come tale va trattato. Sappiamo anche che, essendo una foresta pluviale, per definizione gli incendi possono essere stati causati solo dal dolo umano. Il problema è che non abbiamo un sistema efficace per trattare i crimini contro l’umanità. Se lo Stato sul cui territorio insiste la foresta, in questo caso il Brasile, non collabora, o anzi chiude più di un occhio su quello che le multinazionali private stanno facendo, non ci sono modi per fermarle.

Eppure, se vogliamo ragionare in maniera seria e non baloccarci, indignati, con slogan roboanti quanto inutili, occorre creare degli strumenti d’intervento. Occorre prima di tutto smantellare l’assunto dal quale discendono molte di queste sciagure ambientali: che la giurisdizione territoriale di uno Stato su un bene corrisponda alla possibilità di farne quello che il governo di quello Stato decide, quando si tratta di beni pubblici globali, ossia essenziali alla sopravvivenza dell’intero genere umano.

Macron e Merkel si sono appellati al G7, unica proxy oggi prontamente disponibile di un qualche tipo di coordinamento decisionale mondiale, per dirimere la controversia. Per fare presto, visto che non c’è il tempo di instaurare dei meccanismi di formazione di una volontà planetaria. Una proposta sensata. Ma insufficiente. Tardiva. Che non funzionerà. Ma che se anche dovesse funzionare ci riprecipiterebbe nuovamente in una situazione analoga qualora dovesse emergere un’altra situazione simile; e prima o poi accadrà.

L’unica possibilità che abbiamo è avviarci verso la definizione precisa e il più possibile condivisa di alcuni, cruciali beni pubblici globali, e proteggerli anche con la forza militare. A questo fine, si potrebbe pensare ad una forza d’intervento internazionale dotata della capacità di muovere guerra a qualsiasi Stato, sotto l’egida di un’Assemblea Generale delle Nazioni Unite modificata nella sua natura in modo da adottare a maggioranza semplice dei suoi componenti (possibilmente con un sistema bicamerale di rappresentanza degli Stati e dei cittadini) delle risoluzioni per darle mandato di presidiare il territorio sul quale insiste la risorsa individuata come strategica. Anche, chiarisco meglio, difendendola dal paese che la ospita nel proprio territorio.

Un bene pubblico globale come l’Amazzonia non può essere ricondotto ad un bene privato, arbitrariamente appropriabile ed utilizzabile fino al suo consumo totale da uno Stato. La collocazione territoriale è completamente ininfluente quando si tratta di risorse essenziali alla vita umana nel suo complesso. La sovranità degli Stati sulle risorse del pianeta è solo una responsabilità da gestire con diligenza, non una proprietà che contempli il free disposal. Altrimenti, la Danimarca, sulla cui giurisdizione insiste l’intera Groenlandia, potrebbe decidere di fondere in blocco i suoi ghiacci semplicemente perché magari è negli interessi dei danesi…. Quando gl’interessi di un gruppo confliggono con quelli della sopravvivenza generale, gli altri paesi devono avere il diritto di imporre la cessazione di tali attività, con le buone o con le cattive.

La responsabilità dell’Europa come traino di una tale iniziativa di riforma delle Nazioni Unite può essere essenziale, in un quadro mondiale di generale disinteresse per tutto ciò che è collettivo. Solo se saremo capaci, a breve, di fare qualche passo decisivo in questa direzione quei 2.300 km quadrati di foresta, con la loro ricchezza di flora e fauna, non saranno bruciati invano.

Amazzonia e riforma dell’ONU

Quello che sta accadendo in Amazzonia, dove bruciano 2.300 km quadrati di foresta, è un evento eccezionale. In quanto tale, richiede un intervento eccezionale. E, infatti, l’opinione pubblica mondiale ha cominciato a parlare addirittura di un intervento militare in Brasile per fermare la distruzione della foresta pluviale. Qualche riflessione ci pare necessaria, in questo recente clima di sensazionalismo e contro-sensazionalismo…

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