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Le piattaforme online hanno caratteristiche peculiari che le rendono diverse dalle altre imprese e, come tali, andrebbero regolate.
A crederlo è Stefano da Empoli, economista e presidente dell’Istituto per la Competitività (I-Com), che in una conversazione con Formiche.net commenta l’annuncio della commissione Giustizia della Camera statunitense dell’apertura di un’indagine sulla “concorrenza nel mercato digitale” che interesserà i big della Silicon Valley.

La commissione Giustizia della Camera statunitense ha annunciato l’apertura di un’indagine sulla “concorrenza nel mercato digitale” che interesserà i big della Silicon Valley. Come considera questa decisione?

Bisogna partire dall’assunto che le piattaforme online hanno caratteristiche diverse dalle altre imprese. Gli effetti di rete fanno sì che emergano piattaforme vincenti, selezionate dal mercato e dai consumatori. Chi si iscrive a Facebook, ad esempio, lo fa perché sa che può trovarci molti dei propri amici o conoscenti. Questa dinamica non può essere cambiata da un intervento dell’antitrust. La questione invece rilevante è se queste imprese abbiano abusato – o meno – della propria posizione rilevante per tenere fuori dal mercato potenziali concorrenti. Questo sarà eventualmente chiamata a fare l’Autorità antitrust, auspicabilmente ragionando caso per caso in base alle singole situazioni.

In che modo le autorità in materia di concorrenza dovrebbero rapportarsi con fenomeni, come l’economia del Web, in continua e rapida evoluzione?

Io credo che sia necessario ricordare alcuni elementi, ad esempio il fatto che queste imprese, questi mercati, sono altamente innovativi e quindi eventuali cause e procedimenti antitrust che si trascinano per molti anni – emblematico a tal proposito è il caso Microsoft – rischiano di arrivare ad un risultato quanto ormai il mercato è nuovamente cambiato. Questo naturalmente non vuol dire che le istituzioni debbano rimanere passive. Tuttavia, prima di interventi antitrust radicali occorrerebbe chiedersi se sia davvero insufficiente l’azione delle autorità di regolamentazione e delle altre istituzioni preposte. Che peraltro su molte tematiche che riguardano le piattaforme sono già intervenute, dai regolamenti sulla privacy, alle misure per la protezione dei minori passando per la questione del copyright. Purché si intervenga senza soffocare questa carica innovativa, che è la vera ricchezza delle economie digitali.

Da che cosa nasce questa tensione tra mondo politico e compagine tecnologiche?

Sicuramente c’è stato un cambio di atteggiamento nei confronti di queste aziende, anche negli Stati Uniti dove naturalmente il primo istinto è quello di difendere le proprie imprese. Repubblicani e Democratici avevano, infatti, guardato con positività in passato alle big tech: i Repubblicani per l’attitudine pro-business, i Democratici per l’approccio multiculturale e il sistema di valori condiviso con la Silicon Valley. Oggi in effetti questa cosa si sta ribaltando. Il cambiamento, che rischia di portare da un eccesso all’altro, è dovuto a una convergenza di fattori che hanno messo in cattiva luce le grandi aziende tecnologiche, per diversi motivi, tra i quali le fake news e il dibattito sui dati, come quello che ha riguardato Cambridge Analytica.

Che tipo di interventi dovrebbero porre in essere i regolatori e i legislatori nel settore digitale? E quali dovrebbero essere i contorni della loro azione?

Gli interventi di carattere regolatorio possono essere positivi se intervengono sulla trasparenza e sull’accesso non discriminatorio alle varie piattaforme, negativi, invece, se pretendono di cambiare i modelli di business delle big tech. Io continuo a pensare che l’economia digitale sia assolutamente benefica per l’intera società, e che occorre essere attenti a non distruggerne le basi.

Si dovrebbe dunque assicurare al sistema nel suo complesso una concorrenza effettiva, che incoraggi allo stesso tempo l’innovazione.

A livello di governance, meriterebbe una riflessione approfondita la proposta, in Italia per la prima volta avanzata da Antonio Nicita, Commissario Agcom, di un’autorità digitale, che metta insieme le attuali competenze sulla comunicazione e sulla privacy.

Come valuta, invece, la proposta di dividere i grandi player in soggetti più piccoli?

Francamente sono scettico, perché si limiterebbero gli effetti di rete di cui parlavo in precedenza, dunque penalizzando gli stessi consumatori. Potrebbe forse avere un senso maggiore nel caso di piattaforme che svolgono servizi più chiaramente distinguibili, come nel caso di Amazon, in cui si potrebbe valutare di separare i servizi di vendita di prodotti private label dalla vendita di prodotti terzi. Misure come questa sono però molto drastiche e intrusive. Sarebbe più auspicabile una soluzione regolatoria, che sia in grado di assicurare un comportamento imparziale da parte di queste piattaforme, piuttosto che pretendere di cambiare i loro modelli di business o peggio ancora di sostituirsi al mercato.

Sì a regole per le Big Tech, ma senza sostituirsi al mercato. Il commento di da Empoli

Le piattaforme online hanno caratteristiche peculiari che le rendono diverse dalle altre imprese e, come tali, andrebbero regolate. A crederlo è Stefano da Empoli, economista e presidente dell'Istituto per la Competitività (I-Com), che in una conversazione con Formiche.net commenta l'annuncio della commissione Giustizia della Camera statunitense dell'apertura di un'indagine sulla "concorrenza nel mercato digitale" che interesserà i big della Silicon…

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