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Era il 23 maggio del 2018 quando l’assemblea annuale di Confindustria sancì il punto più basso delle relazioni tra la politica e le imprese (qui l’articolo). Erano i giorni del contratto gialloverde, della prima galoppata dello spread (mai interrotta, per la verità, nell’ultimo anno) e delle incognite sul futuro di un governo che poteva come no, stare sulle sue gambe. A distanza di un anno, molta acqua è passata sotto i ponti. Il nostro debito sovrano continua a costare troppo caro ai contribuenti (la spesa per interessi si calcola in miliardi al mese) e del Pil non c’è traccia.

Eppure i quasi 2.000 industriali riuniti questa mattina all’Auditorium Parco della Musica, per l’assise 2019, hanno deciso che sì è ancora tempo di combattere, ma tutti insieme. Non imprese contro governo, bensì un esercito che riassuma uno sforzo nazionale simile a quello post bellico. Possibile? Secondo il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, sì. Basta solo volerlo.

CERCASI FUTURO

Nei suoi 50 minuti di relazione, scanditi da cinque applausi scrocianti (il primo dedicato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, presente in sala insieme al premier Giuseppe Conte e al vicepremier Luigi Di Maio, Salvini assente), sono stati toccati tanti punti. Ma l’asse portante è solo e soltanto uno: lottare a fianco del governo, senza tattiche, ma solo spinti dalla voglia di fermare il declino. “Oggi Confindustria propone al governo del Paese e alle opposizioni di collaborare tutti insieme per impostare una politica economica basata sul realismo e sul pragmatismo, guidata dalla visione. E pragmatismo nelle scelte, che non devono essere ideologiche ma semplicemente di buon senso”. Boccia sa bene che Salvini e Di Maio non possono permettersi l’assenza di consenso tra l’industria. E viceversa. “In una società moderna e complessa nè governo nè imprese sono autosufficienti. Da soli possiamo fare tanto, ma da soli non ce la facciamo”.

BOCCIA CHIAMA CONTE

Il leader degli industriali è stato se possibile ancora più diretto, rivolgendosi allo stesso Conte, seduto in prima fila accanto a Mattarella. “Signor premier, ci renda protagonisti da italiani della più grande stagione riformista europea. Il nostro Paese viene spesso descritto come euroscettivo o guidato da anti-europei. E allora, chieda più Europa, ma un’Europa migliore. Più forte in politica estera e più coraggiosa in politica economica”.

SPREAD SPAGNOLO, PIL FRANCESE

Il messaggio politico arrivato dagli industriali è dunque chiaro. Unitevi a noi, nel nome dell’Italia, nel nome del futuro. Va bene, ma cosa fare e soprattutto dove mettere le mani? Impossibile per Boccia non partire da quella che a tutti gli effetti è una gabbia del Paese: il debito pubblico e la sua sostenibilità. Qui il colpevole ha un nome e cognome, uno spread troppo alto, causa della poca fiducia verso la nostra economia.

Per le imprese che chiedono denaro alle banche a un costo maggiorato proprio a causa dello spread, è un gran bel problema. “Se il rendimento dei titoli di Stato italiani si abbassasse al livello di quelli spagnoli (circa 150 punti base in meno) già il prossimo anno si potrebbero risparmiare 5 miliardi di euro di spesa per interessi”, ha attaccato Boccia. “Se la crescita raggiungesse il livello francese ecco che il debito pubblico scenderebbe automaticamente. Tassi spagnoli e crescita francese sono obiettivi a portata di mano per la prossima manovra”.

UN PATTO SULLE INFRASTRUTTURE (SENZA LIKE)

L’ora di un patto nazionale è scattata. Oltre al debito, gli altri due capisaldi della santa alleanza con l’esecutuvo: cantieri e fisco. “Puntiamo con decisione alla riduzione del costo del lavoro, del cuneo fiscale (ma senza flat tax, ndr) e variamo un piano shock per grandi infrastrutture e piccole opere, con modalità di erogazione snelle e tempi rapidi perché le infrastrutture sono parte della precondizione per la crescita“, ha tuonato Boccia nella grande sala dell’Auditorium. “La vera risposta oggi sta negli investimenti” il vero elisir “per recuperare il gap accumulato negli anni di crisi”. E ancora il taglio ai tempi della giustizia. “Presentiamoci come un Paese dotato di regole e procedure chiare, che non rimette continuamente in discussione le decisioni prese e lavoriamo con Cdp per consentire alle Pa di pagare i debiti verso le imprese”.

Tutto, ha però appuntato il presidente degli industriali, senza strombazzamenti o Tweet a valanga. In una parola, non è tempo di politic social. “La bulimia di consenso immediato affida ai social la ricerca di una popolarità che si misura in termini di like. E il presentismo imperante è una malattia molto grave perchè impedisce doi vedere oltre il finire del giorno. La superficialità si fa regola. Noi invece abbiamo bisogno di studiare, progettare, costruire”.

L’ITALIA, LA LIBIA E LE COLPE DI TRUMP

Anche la politica estera ha trovato spazio nelle 23 pagine di relazione di Boccia. E il fatto che lo abbia fatto nelle prime dieci pagine è un segnale. Due questioni su tutte, il gran caos libico e la guerra commerciale ingaggiata dall’amministrazione Trump. “A pochi chilometri dall’Italia si sta consumando l’ennesima guerra tra fazioni. E l’Europa si presenta divisa con la debolezza italiana da una parte e una certa disinvoltura di qualche partner europeo dall’altra”. Combinazione che presto presenterà il conto che per noi sarà salato in termini di flussi migratori. “La divisione dell’Europa, nei fatti, aumenta le divisioni in Libia”.

Un ultimo affondo Boccia l’ha dedicato alla guerra dei dazi. Sbagliata, senza se e senza ma per gli industriali. “La politica commerciale americana ha determinato nel 2018 un calo degli scambi internazionali e rischia di segnare negativamente anche il 2019”. Messaggio a Trump. “La politica commerciale americana sta mettendo in discussione l’alleanza transatlantica con l’Europa, che ha guidato il mondo negli ultimi 70 anni e che anche attraverso la Nato ha garantito sicurezza e libertà”.

Meno like, meno spread, più infrastrutture. Boccia illustra il programma di Confindustria

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