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“Non sono in competizione con noi” è questa l’affermazione di Joe Biden, candidato democratico verso le presidenziali del 2020 che parla come se avesse già vinto le primarie del suo partito, che questa settimana ha attirato l’attenzione di Capitol Hill. Perché l’ex vice presidente di epoca obamiana parla della Cina, minimizzando la dimensione dello scontro “Pechino contro Washington”, che è da sempre un punto centrale dell’azione di governo dell’amministrazione Trump.

È solo che mentre Biden cercava di segnare un punto a suo favore contro il secondo mandato di Donald Trump – all’interno dello schema da attacco frontale totale con cui i democratici stanno conducendo le loro campagne elettorali e attività congressuali (nota: sta funzionando, come ha funzionato in senso opposto per far vincere Trump, è la polarizzazione politica bellezza) – il piano scelto stavolta non è sembrato funzionare.

Perché la Cina, potenza globale multidimensionale (teoricamente prima economia del mondo quando nel 2030 sorpasserà gli Stati Uniti) è realmente la preoccupazione numero uno di un largo spettro di settori americani che si sintetizza nella dimensione strategica della sicurezza nazionale.

Per capirci: se c’è un argomento che in mezzo al solco di divisione che si è creato tra Democratici e Repubblicani mette d’accordo le due anime del Congresso è proprio questo. Non manca occasione, quando si votano risoluzioni contro la Cina, di avere consessi ampissimi, quasi unanimi. Ancora: se c’è un punto di contatto tra Trump e il capo della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer, è proprio la politica anti-cinese; il presidente è uno che chiama il leader Dem “Head Clown Chuck”, ma quando si parla di picchiare Pechino, non ha dubbi, Schumer diventa un partner.

Invece il commento lanciato da un palco elettorale a Iowa City non è il primo del genere per Biden che già altre volte ha fatto osservazioni indirizzate verso una maggiore apertura a Pechino durante la sua fase di governo.

Sembrare debole con la Cina, apre il fianco a una grande opportunità per Trump che con Biden soffre, si sente pressato dalle potenzialità elettorali e dal consenso trasversale che il democratico potrebbe catturare (e il presidente dimostra di subire un po’ la competizione quando quotidianamente gli dedica un tweet d’attacco, cosa mai fatta con tutti gli altri, tanti, concorrenti Dems).

Il presidente non s’è fatto sfuggire l’occasione. Intervistato da Fox News ha trovato ambiente confortevole per un commento nemmeno troppo spinto: “Come si può essere così ingenui? […] Biden stavolta ha detto una cosa veramente stupida”Mitt Romney, voce repubblicana abbastanza seguita, ha schiacciato l’acceleratore su Twitter, scrivendo che certe affermazioni dimostrano che Biden “non sta invecchiando bene” (l’età, 76 anni, è uno degli argomenti che il Gop usa per contrastare il democratico). E nello spazio creato si è inserito subito anche l’altro più importante contender democratico, il leftist Bernie Sanders, che senza nominare il rivale ha twittato: “È sbagliato fingere che la Cina non sia uno dei nostri principali concorrenti economici”.

Il portavoce di Biden, Andrew Bates, è dovuto correre ai ripari spiegando l’affermazione del candidato, con una dichiarazione che possiamo riassumere così: Biden non stava dicendo che la Cina non è un rivale – anche se effettivamente ha detto che “non è in competizione” – ma soltanto che gli Stati Uniti hanno molta forza in più; l’ex Veep ha detto anche che Pechino ha grossi problemi interni, di amministrazione del paese e della gestione della corruzione e ha cercato di iniettare fiducia negli americani, spiega il portavoce.

La lettura più forzata dei repubblicani e di Sanders è però quella andata per la maggiore (mentre si attende il tweet di Trump). Perché con la Cina non si scherza a Washington. Mercoledì sera un’altra democratica, l’ex contender di Trump Hillary Clinton, durante il “The Rachel Maddow Show” di MSNBC ha replicato alla mossa trumpiana durante la campagna elettorale di tre anni fa, quando il repubblicano chiese sarcasticamente alla Russia di scoprire il contenuto delle email che Clinton aveva fatto passare su un suo server personale sebbene contenessero conversazioni di quando era segretario di Stato.

(Nota: Trump ha sempre detto di aver scherzato, ma secondo il rapporto redatto dallo special counsel Robert Mueller che ha indagato sulle interferenze russe, dopo poche ore da quella richiesta pubblica durante una conferenza stampa dalla Florida, gli hacker russi hanno cercato le email di Clinton).

“Cina, se stai ascoltando, perché non fai in modo di ottenere le dichiarazioni dei redditi di Trump? Sono sicuro che i nostri media ti premieranno ampiamente”, ha detto Clinton tornando su una polemica che dura fin dall’Inauguration: l’attuale presidente si rifiuta di consegnare le sue dichiarazioni dei redditi, cosa di cui non è obbligato, ma esce da una prassi praticamente storica. Battuta seguente: “Dal momento che la Russia appoggia chiaramente i Repubblicani, perché [noi Democratici] non chiediamo alla Cina di sostenerci?”

Il punto è che le intelligence americane combattono ogni giorno con azioni di spionaggio cinese di vario genere, da livelli più alti ai più infinitesimi tasselli dell’azione a mosaico orchestrata da Pechino. Lo scorso anno era stato diffuso un’indiscrezione sul numero della macchina dello spionaggio della Cina negli Stati Uniti: 25mila operativi di vario grado e 15mila reclutatori, un investimento da 3 e i 4 miliardi all’anno. È una quantità che già da sé rende difficile minimizzare il motivo dell’ingaggio bipartisan americana contro il Dragone.

(Foto: dicembre 2013, Joe Biden e il presidente cinese Xi Jinping)

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