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“Riconosciamo il Governo di accordo nazionale libico (Gna) guidato dal presidente Fayez Serraj, per essere chiari, che è quello riconosciuto da tutta la Comunità internazionale. Governo che è stato interlocutore anche della componente cirenaica dello scenario fino ai mesi scorsi. Pensiamo che bisogna mantenere un contatto con altri protagonisti, perché l’idea è che se vogliamo svolgere un ruolo positivo dobbiamo muoverci su binari di dialogo inclusivo […]. Ma questo non significa essere ambigui o oscillanti, non c’è una equidistanza nel momento in cui si riconosce un governo come legittimo”, è questa la posizione dell’Italia riguardo alla situazione in Libia, che il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, affida alla Commissione della Camera.

Uno spaccato chiaro che sembra distinguere tra aggressore – Khalifa Haftar, signore della guerra dell’Est libico che una mese fa ha lanciato una campagna militare proprio contro il Gna – e aggredito, l’esecutivo installato sotto egida Onu a Tripoli. Moavero apre il suo intervento spiegando la situazione sul terreno sulla base della informazioni a disposizione della Farnesina.

“È diventata una guerra di posizione, con un sostanziale stallo: si avanza si procede, ci sono vittime tra la popolazione civile”, con l’effetto “paradossale” che “l’obiettivo che viene posto avanti dal generale Haftar ha avuto recrudescenze con almeno due episodi”. Si tratta delle due azioni collegate allo Stato islamico libico, strisciante ma pronto all’insorgenza, dopo essere stato sconfitto dal punto di vista statuale nel 2016 dalla campagna ibrida condotta miliziani pro-Serraj di Misurata, aiutati da forze speciali occidentali e aerei americani.

Sono stati attacchi puntuali avvenuti entrambi ad aprile: manifestazioni esplicite (una ad al Fuqaha, un’altra a Sabha), accompagnate da un ritorno sul fronte della propaganda. La lotta al terrorismo è la base narrativa su cui Haftar si muove per cercare di dare potabilità alla sua mossa su Tripoli, che è un tentativo di conquistare la capitale con mire egemoniche. Questa stessa narrazione è sostenuta da attori esterni che sponsorizzano Haftar, come gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, ed è stata pure sposata dalla Casa Bianca come un parziale riconoscimento del ruolo dell’autoproclamato Feldmaresciallo. Oggi anche il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, pur ricordando che “la Francia ha continuamente sostenuto” il Gna, ha ribadito in un’intervista uscita sul Figaro, che Haftar deve essere “parte della soluzione” per il suo ruolo di lotta al terrorismo.

Quella di Moavero diventa dunque una dichiarazione di valore sotto questi due aspetti, la posizione italiana e una critica, anche se indiretta, ad Haftar. Il ministro ha sottolineato che le linee su cui si muove l’Italia sono tre: “Evitare che ci siano situazioni che possano accentuare la minaccia terroristica, evitare derive emergenziali di tipo migratorio, proteggere gli interessi energetici in Libia”.

Moavero ha fatto una precisazione sul ruolo degli Stati Uniti, sollecitato dalle opposizioni che hanno chiesto conto della posizione di Washington anche in seguito alla telefonata di Donald Trump a Haftar: “La mia percezione è che anche gli Stati Uniti davanti a una situazione così complessa, con cambiamenti così repentini, cerchino, immagino in perfetta buona fede, di trovare una via di soluzione. Nei contatti avuti, hanno detto di non essere al corrente dell’inizio di nuove ostilità e sono assolutamente favorevoli a sostenere questo nostro sforzo. Le idee più appetibili a titolo di slogan, come quella della cabina di regia, lasciano il tempo che trovano sul terreno pratico”.

Lia Quartapelle, Pd, ha incalzato il ministro anche sulla missione di Misurata, dove un contingente militare protegge un ospedale da campo italiano inviato ai tempi della liberazione di Sirte dallo Stato islamico: “I nostri soldati sono lì senza copertura parlamentare perché, siamo a maggio, e ancora manca il decreto missioni”. Moavero ha schivato la domanda dicendo che non ci sono truppe, ma un personale medico militare e alcuni soldati che svolgono l’attività di sicurezza; forse il ministro ha voluto evitare di entrare nelle recenti polemiche che hanno coinvolto la Difesa.

Aggiunge una battuta sul consolato di Bengasi: “Ridargli l’operatività era concordato, ma il contesto è cambiato” e “si pone un problema di buonsenso, di sicurezza”. Serraj aveva parlato di “atto ostile” riguardo alla creazione di un posto diplomatico nella roccaforte di Haftar.

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