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Non ci concentreremo qui sul dibattito se i prospettati mini-bot siano ulteriore debito pubblico o l’inizio di una moneta parallela. La domanda che ci porremo è: ma siamo sicuri che i mini-bot siano lo strumento adatto per affrontare i nostri problemi? La domanda che ci porremo è: da dove deriva l’incapacità di stare dietro alle promesse di pagamento fatte dal settore pubblico? Ricordiamoci delle promesse di Renzi di ridurre i tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni. Promesse rimaste inevase, certamente non per mancanza di buona volontà. Il fatto è che buona parte dei nostri problemi di finanza pubblica dipende dal tipo di contabilità che abbiamo.

I TEMPI DI PAGAMENTO DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

Iniziamo con il prendere in considerazione un problema, per così dire, minore (certamente non da un punto di vista quantitativo): gli enti locali devono erogare i loro servizi nel corso dell’intero anno ma recuperano le imposte e le tariffe in buona parte a partire dalla metà dell’anno e la maggior parte alla fine dell’anno. Il fatto è che non ci si sia mai chiesto quanto questa prassi costi in termini di interessi sugli anticipi di cassa cui gli enti locali si trovano giocoforza costretti. Il problema è che non abbiamo una gestione finanziaria delle nostre finanze pubbliche, cioè non gestiamo il nostro cash flow (anche se, in maniera quasi ridicola abbiamo chiamato il nostro budget “legge finanziaria” fino a non molto tempo fa). Perché?

CONTABILITÀ DI COMPETENZA

Nonostante la legge 42 del 2009 e il collegato Dlgs 91 del 2011, la nostra contabilità resta una contabilità di competenza (cioè giuridica) che registra le cifre che si ha il dovere di pagare e quelle che si ha il diritto di riscuotere ma non le cifre realmente riscosse e quelle realmente pagate. A ciò si aggiunga che le cifre stanziate per un certo anno possono ancora (nonostante il Dlgs 91 del 2011 preveda diversamente) essere spese per 5-6 anni dopo quello dello stanziamento. Solo così si può spiegare la necessità di un decreto “sblocca cantieri”, le necessità di un intervento normativo che permetta di sbloccare cifre stanziate diversi anni fa e ancora disponibili. Ma siamo sicuri che la nostra situazione reale di cassa sia messa così male come la virtualità della competenza giuridica sembrerebbe dire?

Ma la cosa più interessante è rappresentata da come consideriamo le previsioni di entrate. Le previsioni di entrate, nel ritualismo del nostro linguaggio giuridico, vengono chiamate “accertamenti” perché le entrate previste giuridicamente possono essere spese anche se le entrare di cassa non si sono realizzate. Cosa che non succede in nessuna altra parte al mondo. Altrove la contabilità pubblica è solo di cassa (e non di competenza) per motivi tecnici che non possono essere riassunti in questo breve spazio (basti qui rammentare che nella contabilità pubblica non è possibile applicare la partita doppia perché ai servizi offerti non corrispondo entrate specifiche, visto che la maggior parte delle entrate è realizzata con lo strumento fiscale e non con quello della controprestazione).

Le previsioni di entrata diventano autorizzazioni di spesa solo nelle collettività locali francesi, dove i bilanci preventivi dei comuni vengono prodotti entro il 31 ottobre dell’anno precedente e devono essere approvate dalla Corte dei conti. Quando i media riportano che sono accertate evasioni per 100 miliardi di euro in effetti non si rendono conto che danno per certa una cifra che è solo stimata! Non c’è da meravigliarsi che poi si riesca a recuperare solo il 7%. Anche perché sulla stima delle entrate vengono calcolati i premi di produttività dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate e non su quanto effettivamente riscosso recuperando evasione reale!

Prima o poi l’adesione italiana all’euro andrà molto probabilmente riconsiderata. Non dimentichiamoci che siamo entrati nell’euro contro la volontà di molti (sopra tutto dei tedeschi e degli olandesi) probabilmente grazie al sostegno americano. Non va dimenticato che siamo entrati con un rapporto lira/euro poco credibile di circa un euro per 2.000 lire quando il rapporto lira euro era di 2.600 lire per un euro. Il fatto è, quindi, che stiamo vivendo da 20 anni al di sopra dei nostri mezzi. A Bruxelles negli ultimi anni ci hanno spesso suggerito l’escamotage della “svalutazione interna”, escamotage che evidentemente non ha funzionato.

La via dei mini-bot non ci aiuterà a risolvere questo problema di base. Quello della riconsiderazione dell’adesione dell’Italia all’euro è un problema che va discusso e affrontato apertamente. Anche perché sopra le Alpi sarebbero ben felici di liberarsi di noi e delle nostre banche che non sanno trasformare i risparmi (e i prestiti a tasso zero della Bce) in investimenti ma solo in Bot. Dobbiamo affrontare il problema della modernizzazione della nostra contabilità (sopra le Alpi sanno benissimo che i dati della nostra contabilità non sono attendibili) e della riconsiderazione della nostra parità con l’euro. È probabile che questo possa richiedere un periodo con una doppia circolazione. Ma questa doppia circolazione non può essere realizzata con i mini-bot, che finirebbero per aggravare la confusione della nostra contabilità. Probabilmente l’esperienza dell’Ucraina e la sua transizione attraverso una grivnia virtuale dopo lo sganciamento dal rublo può essere un buon punto di riferimento.

Altro che mini-Bot, l'Italia ha un problema (serio) di contabilità

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