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Secondo le informazioni iniziali fatte arrivare ai media, il team americano che sta indagando sulla vicenda di Fujairah – porto emiratino, centro della distribuzione petrolifera, a due passi dalla strozzatura del Golfo a Hormuz, dove quattro navi sarebbero state sabotate due giorni fa – ritiene “molto possibile” che il responsabile dell’accaduto sia l’Iran o qualcuno dei suoi proxy (vale a dire i gruppi paramilitari collegati a partiti politici ideologicamente vicini alla Repubblica islamica sciita, che Teheran coltiva con sostegno economico per giocare la propria influenza in Medio Oriente).

L’INDAGINE

Si tratta di un’informazione importante, che arriva in una fase delicatissima del rapporto tra Washington e Teheran, con i primi che – sulla base di report di intelligence che parlavano di possibili “attacchi” contro gli interessi americani e degli alleati americani nella regione – nell’ultima settimana hanno alzato clamorosamente il livello di ingaggio nell’area, stressando i dispiegamenti militari nella zona come una mossa di deterrenza contro l’Iran.

Il sabotaggio delle quattro navi – due petroliere saudite, la “Amjad ” e la “Al Marzoqah”, un battello emiratino non identificato e la “Andrea Victory“, battente bandiera norvegese di proprietà di una società di Singapore – colpite sulla linea di galleggiamento in modo leggere, più come simbolo che per far affondarle, sembra configurarsi come un potenziale, delicatissimo, casus belli che potrebbe alzare pericolosamente il livello del confronto. Sebbene, val la pena ricordare, ancora non ci siano specifiche di nessun tipo sul genere di sabotaggio, e il Pentagono ha detto che la squadra di analisti statunitensi è arrivata negli Emirati soltanto ieri (dunque ha avuto un tempo limitato per raccogliere prove nell’indagine).

Della collaborazione americana nella repertazione su quanto accaduto ha parlato anche Brian Hook, rappresentante dell’amministrazione Trump per l’Iran, in una conferenza stampa tenuta a Bruxelles a fianco al segretario di Stato, Mike Pompeo, che ha rimandato di un giorno un viaggio in Russia (oggi a Sochi incontrerà il collega Sergei Lavrov e il presidente Vladimir Putin) per fare tappa all’Ue. Washington, che si è ritirata dall’accordo nucleare con l’Iran del 2015 esattamente un anno fa segnando l’inizio delle mosse concrete contro Teheran, sta pressando gli alleati occidentali a seguire la propria traiettoria.

Invece l’Europa sta cercando di mantenere in piedi, per quanto possibile, quell’intesa. La scorsa settimana, sempre Pompeo, aveva fatto saltare una visita a Berlino per recarsi in Iraq, a parlare con il governo locale della possibilità di attacchi iraniani riportata dall’intelligence Usa (forse su imbeccata israeliana). Un messaggio simbolico su priorità di Washington spedito direttamente sul tavolo della Cancelliere (non senza alcun fine propagandistico).

IL PIANO DEL PENTAGONO PER STENDERE TEHERAN

Oggi il New York Times ha un articolo informato su una riunione di alto livello con cui il 9 maggio l’attuale segretario alla Difesa in attesa di nomina definitiva, Patrick Shanahan, ha ragguagliato il consiglio di Sicurezza nazionale e altri elementi dell’amministrazione, nonché il presidente Donald Trump, sull’azione militare che il Pentagono ha pensato contro l’Iran.

Il piano di cui secondo il Nyt avrebbe parlato Shanahan prevede un dispiegamento militare via aria, mare e terra per un totale di 120mila uomini, un numero che a tutti ricorda l’invasione in Iraq, ma non prevede un’azione via terra. Questo porta a supporre che per Teheran gli americani pensano a un attacco “bloody nose, un’azione violenta e incisiva che – come nel pugilato – dovrebbe lasciare il nemico scioccato, a terra, col naso sanguinante, distruggendo in modo rapido i principali asset economici e militari iraniani, bloccando la capacità di risposta.

Si tratta di una programmazione militare e non di un piano operativo: specificazione necessaria per mettere in chiaro che non siamo comunque davanti a una guerra imminente. Per ora. Il Pentagono prepara certe pianificazioni come esercizio continuo, e continuamente le aggiorna in funzione delle evoluzioni. Ai tempi dell’amministrazione Obama, nel piano per disarticolare rapidamente l’Iran c’era anche un cyberattacco potentissimo conosciuto come Nitro Attack, le cui informazioni erano state fatte circolare anche come spauracchio contro le volontà nucleari degli ayatollah.

Anche per questo viene specificato dal Nyt che niente coincide con il dispiegamento militare mobilitato in questa settimana da Washington verso il Golfo: mossa con la funzione di deterrenza. La portaerei “UUS Lincoln” col suo gruppo da battaglia, alcune unità anfibie, il rafforzamento della copertura anti-aerea con una nuova batteria di Patriot, il dispiegamento di quattro B-52 in Qatar e altre attività a contorno tutte concentrate sul Medio Oriente. Ieri uno delle Fortezze Volanti ha tagliato per intero il Golfo accompagnato da un F-35 e un F-15: una missione di pattugliamento che è stata volutamente resa pubblica dall’Air Force.

LE PREOCCUPAZIONI DI BRUXELLES

Da Bruxelles, gli alleati europei – controparti che hanno firmato insieme agli Stati Uniti e a Russia e Cina l’accordo del 2015 anche nel tentativo di costruire un ordine anche collegato alla sicurezza regionale – hanno espresso preoccupazione per il rischio che la situazione possa prendere brutte derive. Il segretario di Stato inglese, Jeremy Hunt, ha detto di essere molto preoccupato che da un incidente si crei un conflitto. Secondo il Wall Street Journal, alcuni diplomatici europei – riuniti nella capitale begla per una sessione del consiglio dei ministri degli Esteri dei paesi membri – hanno commentato che Pompeo aveva deviato il viaggio verso la sede Ue per una photo opportunity da inquadrare nel complesso delle pressioni anti-Iran, ma loro non hanno voluto concedergliela.

Oggi la Spagna ha fatto sapere di aver deciso di ritirare, in via temporanea, una sua fregata – la “Méndez Núñez”, impegnata in manovre con la Lincoln –, a causa delle crescenti tensioni tra Washington e Teheran: “Si tratta di una misura temporanea, decisa dal ministro della Difesa, Margarita Robles, finché la portaerei statunitense si trova in questa zona”, ha scritto il ministero spagnolo. La Núñez “si era unita a questo gruppo da battaglia per delle esercitazioni, non è prevista da parte di Madrid nessuna possibilità di scontro o azione bellica ed è per questo motivo che la nostra partecipazione, per ora, è sospesa”.

L’ACCUSA DA TEHERAN 

L’Iran s’è distaccato da quanto accaduto a Fujairah e contrattacca: il portavoce della presidenza ha detto alla Irna, l’agenzia stampa locale, che dietro ai sabotaggi ci sarebbe la “malizia israeliana”. Ossia, sarebbero stati in false flag, un’azione clandestina orchestrata da Israele per accusare Teheran e portare così la situazione in scivolamento. Israeliani, sauditi ed emiratini sono gli alleati pressanti che vogliono che gli Stati Uniti aumentino il livello di confronto con la Repubblica islamica nemica. Ieri il ministero degli Esteri iraniano aveva denunciato i rischi di “cospirazioni malevole” e “dell’avventurismo di stranieri” che mirano a destabilizzare la regione.

 (Foto: US Air Forces Central Command)

Il Nyt: il Pentagono studia un piano di 120mila uomini per un'azione "bloody nose" in Iran

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