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Donald Trump ha lanciato di fatto la sua campagna elettorale per le presidenziali del 2020. Ieri, ha infatti tenuto il primo comizio dopo la conclusione dell’inchiesta del procuratore speciale, Robert Mueller, tuonando parole di fuoco: “La grande bufala della collusione è morta” e “i democratici dovrebbero chiedere scusa al popolo americano”. L’evento ha avuto luogo a Grand Rapids, in Michigan, dove il miliardario tenne il suo ultimo comizio elettorale durante la campagna del 2016. Un posto a suo modo simbolico: non solo perché Trump è riuscito a conquistare quello Stato contro le previsioni di molti. Ma anche perché in Michigan risulta decisivo il voto di quella classe operaia che rappresenta da sempre uno dei principali bacini elettorali del magnate newyorchese. Senza dimenticare che era dal 1988, dai tempi cioè di George H. W. Bush, che un candidato repubblicano non riusciva a vincere in questo territorio.

Nel suo discorso, Trump ha definito l’inchiesta Russiagate “un piano di coloro che hanno perso le elezioni per cercare di riconquistare il potere illegalmente attaccando innocenti americani – molti di loro, hanno sofferto – con un’elaborata mistificazione”. Il presidente ha quindi puntato tutto sull’attacco a quella che, già in passato, non aveva esitato a definire una vera e propria “caccia alle streghe”. Un’inchiesta che, stando al rapporto di Mueller, non sarebbe riuscita a provare l’accusa di collusione tra il comitato elettorale del miliardario e forze vicine al Cremlino. Insomma, da pericolosa spada di Damocle il Russiagate potrebbe diventare adesso uno dei migliori “alleati” per il presidente che – visto l’esito dell’indagine – riuscirà probabilmente ad aumentare il suo grado di popolarità tra gli elettori statunitensi. E non sarà un caso che proprio da questo tema il magnate abbia voluto partire, per lanciare la sua candidatura in vista del 2020.

Nonostante Trump avesse formalmente dichiarato di voler ridiscendere in campo già nel 2017, non era propriamente chiaro se avesse reali intenzioni di compiere una simile scelta. Tuttavia la conclusione della vicenda Russiagate ha probabilmente dato al presidente quella spinta che cercava per poter gettare le basi di una solida candidatura. Anche perché, al di là dell’indagine di Mueller, gran parte degli indicatori economici e politici sono attualmente dalla parte del magnate. Non solo il tasso di disoccupazione continua a mantenersi particolarmente basso ma è anche chiaro che il Partito Democratico si trovi attualmente nel caos più completo. L’Asinello è ancora profondamente dilaniato infatti dalle faide tra centristi e radicali: due mondi, che non riescono a trovare un’intesa su un imprecisato numero di questioni (dalla sanità al Green New Deal). Senza contare che questo subbuglio interno sta già producendo delle preoccupanti ripercussioni sulla campagna elettorale per le primarie democratiche del 2020. I candidati in lizza sono già numerosissimi e – soprattutto – a fronte di una sinistra sovra-rappresentata, le correnti centriste non dispongono ancora di un candidato. Dovrebbe scendere in campo Joe Biden, è vero. Ma i suoi costanti tentennamenti non promettono nulla di buono. Ebbene, in questa situazione caotica, l’Asinello deve decidere in che modo cercare di contrastare Donald Trump. Deve scegliere, in altre parole, se continuare ad attaccarlo per via giudiziaria o propendere invece per un’opposizione di carattere politico.

Trump, dal canto suo, sembra aver optato per una via tendenzialmente centrista. Da una parte, sta cercando infatti di isolare le ali più estremiste del Partito Democratico: non dimentichiamo che, in occasione del suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione, il presidente abbia dichiarato che gli Stati Uniti non saranno mai un Paese socialista. In questo senso, secondo i beninformati, pare che Trump voglia fare dell’attacco al Green New Deal uno dei propri cavalli di battaglia nella prossima campagna elettorale. Dall’altra parte, non va però trascurato che, soprattutto nell’ultimo anno, il magnate si sia non poco discostato dall’ortodossia più dura del Partito Repubblicano: una presa di distanze chiarissima, per esempio, nel protezionismo economico adottato dalla Casa Bianca. Una misura che ha fatto storcere il naso a non pochi senatori dell’Elefantino. Ecco: sarà probabilmente affidandosi a questo centrismo che Trump cercherà di ottenere la rielezione nel 2020. Un centrismo e una trasversalità che gli consentano di mantenere in piedi quella variegatissima coalizione elettorale che lo condusse allo studio ovale nel 2016 (una coalizione che andava dalla classe operaia ex democratica agli evangelici storicamente repubblicani). Del resto, è proprio di questa trasversalità che avrebbe bisogno il Partito Democratico. Una trasversalità che i suoi sconquassi interni gli impediscono tuttavia di trovare.

Trump apre ufficialmente la campagna elettorale 2020

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