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Per rimanere in tema, visti i tempi che corrono, lo si potrebbe chiamare Wall Street dome. Lo scudo americano contro le incursioni cinesi presso la piazza finanziaria più famosa sembra proprio funzionare. D’altronde, da quando Donald Trump ha rimesso piede alla Casa Bianca, uno degli obiettivi dell’amministrazione repubblicana è diventato quello di neutralizzare il più possibile le scorribande di capitali cinesi dalla dubbia provenienza e dal potenziale pericolo per la sicurezza nazionale.

E così, dall’inizio del 2026 solo due società cinesi si sono quotate a New York, rispetto alle 19 dello stesso periodo dell’anno scorso. Basti pensare che nel biennio 2024-2025 si è registrato un numero record di 126 offerte pubbliche iniziali (Ipo) di aziende con base nel Dragone. Maglie sempre più strette da parte delle autorità americane, frutto di mesi di controlli sulle quotazioni offshore di società cinesi. Ora, il crollo verticale delle Ipo cinesi a New York è l’ultimo segnale del disaccoppiamento finanziario tra le due maggiori economie mondiali.

Un trend che si inserisce “in una tendenza di più lungo periodo e di minore interazione tra il sistema finanziario cinese e quello statunitense”, ha affermato Andrew Collier, ricercatore senior presso il Mossavar-Rahmani Center for Business and Government della Harvard Kennedy School. “Tale slancio (delle quotazioni, ndr) si è notevolmente affievolito a partire dalla seconda metà dello scorso anno, quando la stessa Commissione cinese di regolamentazione dei titoli ha intensificato la revisione delle richieste di quotazione all’estero presentate da società nazionali”.

La prima contraerea contro i capitali cinesi in terra americana era però stata alzata dal Nasdaq. Pochi mesi fa, infatti, la Sec, la Consob americana, aveva deciso di attenzionare e perseguire le aziende che potrebbero aver contribuito o preso parte a losche tattiche commerciali gestite da organizzazioni fraudolente cinesi. Di che si tratta? Lo schema fraudolento in questione è noto come pump and dump, grazie al quale i prezzi di un’azione vengono spinti al rialzo in Borsa usando bugie e clamore, per poi essere venduti al culmine. Una volta che ciò accade, le azioni crollano. E gli investitori comuni ne escono distrutti, mentre solo pochi guadagnano. Ora, spesso e volentieri, dietro le società che applicano questa frode, ci sono investitori cinesi dalla dubbia trasparenza.

Il terreno più fertile è solitamente il Nasdaq, il listino tecnologico americano. E dunque, per rendere più difficili da attuare queste frodi legate alla Cina, il Nasdaq ha introdotto nuove regole. Ha cioè deciso, su disposizione della Sec, che chiunque voglia quotarsi sulla sua borsa, soprattutto se opera principalmente in Cina, dovrà per esempio avere almeno 25 milioni di dollari di proventi derivanti dall’offerta pubblica. E forse ha funzionato.

La Cina fugge da Wall Street. Lo scudo di Trump funziona

Nei primi mesi dell’anno, solo due società cinesi hanno azzardato la quotazione sulla principale piazza finanziaria del mondo. Erano state 19 nello stesso periodo del 2025. Merito delle maglie, sempre più stringenti, della vigilanza statunitense. Il precedente del Nasdaq

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