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A dirla tutta non c’è nulla di nuovo nella protesta dei pastori sardi contro il latte venduto a prezzi stracciati. Nessuna mancanza di sensibilità, ma solo la constatazione di un problema mai realmente sanato e che ciclicamente torna a galla. Negli anni abbiamo imparato a conoscere le famigerate quote latte al Nord Italia, ma qui la questione non è molto diversa.

Quello che pongono i pastori di Sardegna è un problema che va oltre la questione puntuale del prezzo per litro di latte: in ballo c’è la dinamica stessa con cui viene gestito oggi il mercato agroalimentare. Quel che è successo è che una situazione che si trascinava da tempo è letteralmente esplosa. Piccolo riassunto per mettere a fuoco la questione. Per alcuni anni il formaggio pecorino romano (le cui zone di produzione sono per l’appunto Sardegna e Lazio) ha visto salire in modo significativo il prezzo al chilogrammo. Questo ha spinto a produrre questo tipo di formaggio per approfittare della domanda, causando nei fatti una iper-produzione tipica delle bolle speculative. Come spesso accade, all’aumento dell’offerta corrisponde però una concorrenza spietata che causa inevitabilmente il calo del prezzo medio. Insomma, si è prodotto troppo in un regime di concorrenza crescente.

Questa dinamica ha dato vita a una spirale che ha causato il crollo del prezzo del formaggio pecorino romano all’ingrosso, e di conseguenza ha fatto ripiegare anche il prezzo pagato a chi lo produce per ogni litro di latte. Fino alla situazione attuale: gli allevatori sardi (che minacciano di bloccare l’ingresso ai seggi per le imminenti elezioni regionali) lamentano di vedersi costretti a vendere il latte a 55-60 centesimi di euro al litro, a fronte di costi di produzione ben superiori con la conseguenza che non vale la pena raccogliere la frutta, produrre latte in questo caso, se il prezzo che viene pagato al litro è inferiore al costo di produzione, e questo a catena blocca anche l’assunzione di lavoratori stagionali per la raccolta e finisce per riflettersi sul costo a scaffale di un prodotto. Tanto vale versarlo sulle strade.

Una versione che convince anche Dino Scanavino, presidente della Cia Agricoltori italiani, una delle maggiori organizzazioni sindacali al livello europeo. “Siamo dinnanzi all’epilogo di un lungo percorso di disfunzioni del mercato che hanno portato i produttori di latte sardi a mettere in scena la protesta”, spiega. Tra gli agricoltori italiani “c’è grande preoccupazione per le manifestazioni attualmente in corso in Sardegna e anche per questo noi condividiamo la protesta degli allevatori per il crollo del prezzo del latte, insufficiente anche a coprire i costi di produzione”.

Scanavino ricorda come “le aziende agro-pastorali sono il pilastro dell’agricoltura sarda, ma i pastori non possono continuare a produrre senza reddito adeguato: così si mette a rischio l’economia di tutta la regione. I prezzi pagati ai produttori, 50-60 centesimi al litro rischiano di creare forti disinvestimenti sul territorio e causare l’abbandono degli allevamenti in molte zone rurali, con rilevanti danni, anche al tessuto sociale”. Il numero uno della Cia suggerisce una ricetta per superare il guado. “Dobbiamo cominciare a pensare a una seria diversificazione del prodotto, non dobbiamo più concentrarci solo sul pecorino romano, diversificare la produzione di formaggio per slegare la produzione del latte dall’andamento del prezzo del pecorino romano, la cui produzione andrebbe comunque ridotta”.

La protesta dei produttori di latte sardi è comunque sacrosanta. “60 centesimi al litro sono nulla rispetto ai costi di produzione. So che i pastori chiedono 70 centesimi al litro ma io credo che sia giusto arrivare almeno a 1 euro. I prezzi si sa non li fa l’Italia e non li fa l’Europa, li fa il mercato. Ma al di sotto di tale soglia, quella di 1 euro, non si può pensare di rientrare dei costi di produzione. Anche questo diremo al tavolo tavolo tecnico convocato dal ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio per arrivare a una soluzione in tempi rapidi per affrontare l’emergenza sarda”.

Vi spiego perché i pastori sardi hanno ragione a protestare. Parla Scanavino

A dirla tutta non c'è nulla di nuovo nella protesta dei pastori sardi contro il latte venduto a prezzi stracciati. Nessuna mancanza di sensibilità, ma solo la constatazione di un problema mai realmente sanato e che ciclicamente torna a galla. Negli anni abbiamo imparato a conoscere le famigerate quote latte al Nord Italia, ma qui la questione non è molto…

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