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C’è chi riesce a fare l’anti-establishment anche quando dell’establishment è colonna portante, e chi invece sopporta il peso di una faticosa, ingombrante doppia identità. Il Financial Times, quotidiano finanziario britannico con l’orecchio sempre teso a umori e malumori della classe dirigente, torna ancora una volta sul matrimonio (o meglio, sulla convivenza) fra Lega e Cinque Stelle dedicando un focus ai dubbi esistenziali dei pentastellati, divisi fra l’anima di palazzo di Luigi Di Maio e quella pasionaria tornata alla ribalta dal Nicaragua con Alessandro Di Battista.

“I Cinque Stelle italiani vogliono riaccendere il loro vigore radicale” è il titolo che apre la diagnosi, poi la domanda di fondo: “Cosa succede quando un partito anti-establishment diventa esso stesso parte dell’establishment?”. A questo quesito, scrivono Miles Johnson e Davide Ghiglione, i due contraenti al governo hanno dato finora risposte molto diverse. Giunto a Palazzo Chigi con la solenne promessa di difendere l’ambiente, spazzar via la corruzione e persino la povertà con il reddito di cittadinanza, il Movimento Cinque Stelle “è stato costretto a difficili compromessi politici che hanno rischiato di ammaccare la fiducia dei suoi più ferventi sostenitori”. Il quadro si fa anche più grigio per Luigi Di Maio se si considera che in sette mesi “i Cinque Stelle sono stati spesso eclissati sul palcoscenico nazionale dalla Lega, formalmente il loro partner minore, il cui leader carismatico Matteo Salvini ha dominato i media italiani con un messaggio anti-immigrazione, a favore della legge e dell’ordine”.

Riaffermata la subordinazione del Movimento alla Lega salviniana, una linea che tiene banco ormai da qualche mese sulle colonne del quotidiano, il Financial Times passa al setaccio il piano d’azione dei pentastellati per il primo, vero checkpoint del governo gialloverde: le elezioni europee di maggio. Come recuperare il fervore degli inizi e scrollarsi di dosso il volto pacato e un po’ democristiano dei Cinque Stelle di governo per evitare una figuraccia con i leghisti? Un risultato deludente “potrebbe innescare una crisi nella direzione del partito”. Ecco spiegata allora la strategia con cui Di Maio vuole scaldare i motori in vista delle europee: tornare, almeno fino a maggio, al Movimento dei sit-in e del Vaffa day, un po’ sognante e un po’ pasdaran, ambientalista e terzomondista, di piazza e non di palazzo. In poche parole, tornare ad Alessandro Di Battista. Dopo aver arruolato il compagno dal Sud America, “Di Maio ha fatto diversi tentativi per ravvivare l’immagine radicale del partito e riconnettersi alla sua base, corteggiando i protestanti dei gilet jaunes in Francia e dilettandosi con la legalizzazione della marijuana”.

Il reddito di cittadinanza in partenza ad aprile può dare respiro al gruppo dirigente del Movimento, almeno per un po’. Poi ci sono vecchi e nuovi nodi che con la campagna elettorale verranno al pettine. Infrastrutture, ambiente, energia. “Altre promesse dei Cinque Stelle sono state accantonate o rimandate, con il rischio di alienare altri supporters”. Ecco un esempio: “L’ostilità alle grandi infrastrutture era un segno distintivo della loro politica, un gasdotto nell’Adriatico (Tap, ndr) che i loro leader avevano promesso di fermare una volta al potere va avanti spedito, mentre un’altra campagna per bloccare una linea ad alta velocità verso la Francia (Tav, ndr) rimane in sospeso”. I mal di pancia della base contro il Movimento di governo sono una spada di Damocle che costringe a ridimensionare le ambizioni per le urne di maggio. Gli insider pentastellati sussurrano che “un risultato sotto il 20% minaccerebbe la leadership di Di Maio”. Se invece la vera battaglia è far bella figura con i leghisti, i pronostici sono ancora meno rosei. “La Lega ha scavalcato i Cinque Stelle nei sondaggi – dice il Financial Times – e Salvini guarda al voto europeo per solidificare la sua posizione dominante sulla destra italiana”.

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Di piazza o di palazzo? Il bivio dei Cinque Stelle alle europee secondo il Financial Times

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