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A meno di ventiquattro ore dal tweet di Donald Trump sul ritiro delle forze statunitensi dalla Siria, le voci dissonanti sul tema alzano un polverone di ipotesi e scenari che poco combaciano con la risolutezza delle parole del capo della Casa Bianca. Da un lato le forze curdo-siriane, alleate degli Usa nella lotta allo Stato Islamico affermano che il “ritiro avrà un impatto negativo sulla campagna anti-terrorismo”. Dall’altro, allo stesso tempo, la Turchia, secondo quanto riferito dal ministro della Difesa di Ankara, Hulusi Akar, “sta lavorando intensamente” alla preparazione di un’operazione militare contro le milizie curde dell’Ypg, nel nord della Siria.

Ed è proprio il timore di un attacco turco una delle ragioni che alimenterebbero le preoccupazioni del Pentagono sulla mossa di Trump. In ogni caso sembra che della questione ne abbiano discusso in queste ore in una telefonata anche il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu e il segretario di Stato Usa Mike Pompeo e che nessuna luce verde statunitense su un possibile attacco turco sia stata accesa. Senza contare che proprio in queste ore anche il presidente iraniano Hassan Rohani si trova ad Ankara per partecipare all’Alto consiglio per gli affari strategici bilaterali e a un forum economico insieme a Erdogan, ed è abbastanza probabile che nel corso dell’incontro i due leader si confronteranno anche sulla Siria.

D’altra parte, che l’iniziativa di Trump non sia stata accolta con positività, anche negli stessi confini nazionali, era apparso chiaro. Infatti, mentre un gruppo bipartisan di sei senatori americani ha firmato una lettera destinata a Trump in cui si osserva come un ritiro delle forze americane dalla Siria in questo momento equivarrebbe ad “un errore costoso e prematuro”, anche l’ex ministro della Difesa israeliano, Avigor Lieberman ha sottolineato che la decisione statunitense potrebbe portare ad una guerra al nord tra Israele e le forze sostenute dall’Iran. “Il ritiro accresce in maniera significativa la possibilità di un conflitto totale al nord: sia in Libano sia in Siria”. Una visione condivisa anche da Moshè Yaalon, predecessore di Lieberman, che ha aggiunto come, conseguentemente all’intenzione Usa, Israele dovrà fronteggiare una situazione di sicurezza “più complessa” al nord. “Siamo in grado di affrontare la nuova realtà se continueremo ad agire in accordo con le nostre linee rosse ed interessi nazionali”.

Il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria, inoltre, viene interpretato anche come un vero e proprio “regalo” alla Russia e all’Iran, la cui influenza, proprio attraverso la presenza americana, era arginata nell’area, e che avrebbero ora, invece, campo libero. L’Iran, poi, è stato accusato di inviare armi a Hezbollah in Libano, minacciando, di fatto lo stesso Israele che senza gli Usa troverebbe nella Russia di Vladimir Putin la forza militare maggiore in Siria. “Donald ha ragione”, ha detto il capo del Cremlino. Allo stesso tempo, il presidente russo ha sottolineato i risultati ottenuti da Mosca, intervenuta a fianco delle forze governative siriane con l’Iran per combattere il terrorismo.

In Europa, infine, se la Francia conferma di “rimanere” militarmente impegnata in Siria, senza fare alcun passo indietro, un portavoce del governo britannico ha aggiunto che Daesh è ancora una minaccia e che “la coalizione globale non ha fatto enormi progressi”.

“Dall’inizio delle operazioni militari, la coalizione e i suoi partner in Siria e Iraq hanno riconquistato la stragrande maggioranza del territorio di Daesh e negli ultimi giorni sono stati fatti importanti progressi nell’ultima area della Siria orientale che Daesh ha occupato. Ma resta ancora molto da fare e non dobbiamo perdere di vista la minaccia che rappresentano”, ha continuato il portavoce inglese. Anche senza un territorio di riferimento, quindi, lo Stato Islamico rimane una minaccia. Un modo, dunque, anche per sottolineare che nonostante gli sviluppi recenti dal fronte americano, la coalizione globale non si scioglierà e la campagna continuerà fino al raggiungimento di un obiettivo definitivo.

Anche senza territorio, Daesh rimarrà una minaccia. Come hanno chiarito gli Stati Uniti, dunque, questi sviluppi in Siria non segnano comunque la fine della coalizione globale o della sua campagna. “Continueremo a lavorare con i membri della coalizione per raggiungere questo obiettivo”, si legge ancora nella nota britannica. E ancora: “Rimaniamo impegnati nella coalizione globale e nella campagna per negare il territorio di Daesh e assicurarne la sconfitta duratura, lavorando a fianco dei nostri partner regionali critici in Siria e oltre. Con l’evolversi della situazione sul campo, continueremo a discutere di come raggiungere questi obiettivi con i nostri partner della coalizione, compresi gli Stati Uniti”.

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