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Tutti aspettano la Fed. La Federal Reserve, la banca centrale americana si prepara a riunire il board il prossimo 29 gennaio. Non sarà una riunione come tante altre e non solo perché è la prima del 2019. Il vertice servirà a capire se davvero il governatore Jerome Powell intende porre fine alle politiche accomodanti, fatte di tagli al costo del denaro e acquisto massiccio di titoli pubblici.

Le attese dei mercati, sono per una conferma ufficiale della svolta attendista sui tassi di interesse anticipata informalmente negli ultimi giorni del 2018. I tassi dunque dovrebbero rimanere sostanzialmente invariati, nell’attesa di capire se il mondo, come dice l’Fmi, sta effettivamente andando verso una nuova recessione. Questa però è solo una parte del problema. Qualche indicazione arriverà infatti anche in merito al programma di riduzione del bilancio, che secondo il mercato procede a un ritmo troppo veloce.

Da fine 2014 la Fed ha smesso di espandere il bilancio. In altre parole, la banca centrale Usa non ha più acquistato nuovi titoli ma ha ricomprato quelli in scadenza. Il bilancio è rimasto fermo intorno a 4.500 miliardi fino allo scorso anno quando ha messo fine al Quantitative easing e da allora non solo non compra nuovi titoli ma via via sta smettendo di ricomprare quelli che scadono. Il mercato a questo punto vuole verificare se Powell manterrà la promessa di ridurre per il 2019 il bilancio di 500-600 miliardi o farà marcia indietro, sperando naturalmente di sbagliarsi. In altre parole, il bilancio (oggi intorno ai 4.000 miliardi) calerà a 3.500, a 3.000 oppure alla fine la Fed farà marcia indietro?

C’è chi nelle incognite della Fed vede però delle opportunità. Come la tedesca Allianz, tra i maggiori gruppi assicurativi al mondo, che per bocca di Franck Dixmier di Allianz Global Investors, spiega perché un eventuale stop alla politica accomodante potrebbe comportare dei vantaggi precisi. “Powell ha escluso un duplice rialzo dei tassi nel 2019: un messaggio lontano da quello di dicembre. Il presidente della Fed, inoltre, aveva già affermato di non voler spingere il tasso sui Fed funds oltre il livello neutrale. È evidente che la Fed ha aggiustato la strategia di politica monetaria e, con un approccio cauto e flessibile, ora resta dietro la curva, evita cioè deliberatamente di alzare i tassi per tenere il passo con l’inflazione”.

Secondo Dixmier “gli indicatori economici hanno subito un peggioramento, con una decelerazione della crescita globale e un marcato rallentamento in Cina e in Europa. Negli Stati Uniti, un’estensione del blocco parziale delle attività amministrative (il più lungo shutdown della storia) potrebbe pesare sui consumi, ora che la crescita americana ha chiaramente superato il picco. E poi, “gli sono impegnati in una guerra dei dazi con la Cina e in febbraio anche i rapporti commerciali con la Germania potrebbero peggiorare, senza contare le incertezze sulla Brexit e sulle elezioni europee dei prossimi mesi.

Insomma, ce ne è abbastanza per tenere i tassi fermi ancora un po’ per calmierare il costo del denaro. “La Fed non dovrebbe alzare i tassi in gennaio o in marzo”, spiega Dixmier. “La questione è se si tratti solo di una pausa. I mercati hanno le idee chiare e riflettono una probabilità solo del 30% di aumento dei tassi nel 2019, e addirittura ci si aspetta un calo nel 2020”. Da parte sua, comunque, la Fed si riserverà un margine di manovra, per cui non si può escludere un inasprimento nel 2019. Con un tasso di disoccupazione inferiore al 4%, la crescita Usa resta al di sopra del potenziale e gli aumenti salariali a fronte delle pressioni nel mercato del lavoro potrebbero alimentare l’inflazione.

Jerome H. Powell fed

Ecco come si comporterà la Fed di Jerome Powell. Report Allianz

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