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Francesco Storace torna al Secolo, da direttore. Lo ha deciso la Fondazione Alleanza Nazionale, ripescando da quel mondo targato Msi e dopo An che ha caratterizzato l’ultimo ventennio del centrodestra italiano di governo. Storace infatti oltre che giornalista, è stato anche ministro della Salute, parlamentare e presidente della Regione Lazio.

L’occasione della nuova nomina è utile per fare il punto sulle prospettive della destra italiana, partendo dal perimetro di Fratelli d’Italia, a cui si è riavvicinato dopo la decisione dei vertici di allargare il campo anche ad esponenti centristi come Raffaele Fitto e Mario Mauro, anche per impedire una trasformazione tout court in destra salviniana.

Come cambierà Il Secolo d’Italia?

Il quotidiano sta già vivendo una buona fase legata alle visualizzazioni ed alla diffusione social. Ciò che serve è un indirizzo di carattere politico. Così ha deciso la Fondazione An e sarà il mio compito. Ma non ci sarà solo il classico editoriale che darà l’impronta politica, bensì penso alla diffusione di forme di iniziative e partecipazione che meritano più attenzione, dando fiato ai protagonisti e ai lettori in tutta Italia.

È nei territori che si può ritrovare quella partecipazione anche politica che, oggi, straborda in rete?

Sì, lì troviamo notizie potenziali che possono anche uscire dall’ambito locale e fare la differenza. Penso all’iniziativa di qualche giorno fa messa in piedi a Torino da due esponenti di Fratelli d’Italia, Montaruli e Marrone, che sono andati di persona in un campo rom per realizzare una intervista-sondaggio sul reddito di cittadinanza. In precedenza avevano promosso un sit in piazza con i residenti del quartiere Lingotto contro l’occupazione delle palazzine dell’Ex Moi, ormai preda della criminalità che ne determina il degrado e la pericolosità. Impulsi del genere, se rilanciati a livello nazionale, possono contribuire al senso di una battaglia ideale.

Come intrecciare questa mission con la storia della destra italiana senza peccare di nostalgismo?

Riprenderemo le prime pagine del Secolo, ai tempi del Msi e di An, proprio per ricostruire storie vere partendo dall’evoluzione di parole e concetti che si sono sviluppati nel tempo, che è anche la finalità della Fondazione di An. Credo che rendere quelle storie fruibili sia utile anche per fornire spunti all’oggi. Il primo credo sia questo: cosa farebbe e direbbe Giorgio Almirante nella attuale situazione politica? E senza per questo voler smarrire la dimensione generalista del presente legata a temi che politici non sono.

Come valuta il peso specifico oggi della destra italiana, tra le percentuali bulgare della Lega e la fase calante di Forza Italia?

Personalmente ho vissuto, anche al governo, il tempo del Msi e di An, essendo stato ministro della sanità di An, e non del Pdl, come mi piace rivendicare, nell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi, che all’epoca era il leader del centrodestra. Oggi il leader di quella coalizione si chiama Matteo Salvini. Ma di bandiera preferisco tenere alta la mia, senza per questo voler rimproverare chicchessia sull’evoluzione passata di quella comunità. Semplicemente mi piacerebbe respirare un’aria in cui la coerenza sia ancora un valore, perché penso che non ci sia bisogno oggi di fare la corsa a salire sul carro del vincitore.

Salvini vince anche perché ha inglobato quei temi di destra che portarono An in doppia cifra?

Diciamo che cavalca molto anche temi di sinistra, come dimostrano le politiche economiche del governo che a naso non mi sembano destrorse. È stato molto abile nel coprire i mal di pancia che iniziano a farsi sentire.

Per tutti la prospettiva, dunque, è maggio con le urne europee: l’accordo di Aquisgrana può essere un altro colpo all’Ue?

Ma non vedo grandi novità rispetto al passato: l’asse franco-tedesco si perpetua da molto tempo e oggi il governo italiano si concentra sulle urla ma lo fa nel momento sbagliato. Me le sarei aspettate quando ha fatto marcia indietro sul deficit, accettando le condizioni dell’Europa. Quello era il momento di puntare i piedi, farlo oggi fa un po’ ridere. Dobbiamo finirla di essere un Paese che domanda, mentre dovremmo essere un Paese che propone.

La Lega è al 34%, Berlusconi ci riprova alle europee: e Fd’I?

La mossa dell’allargamento decisa da Giorgia Meloni ha contribuito al mio riavvicinamento, perchè credo molto in quella storia che portò alla nascita di Alleanza Nazionale. Vedo la voglia di misurarsi con i temi e con i tempi nuovi, evitando di limitarsi ad un angolo che finirebbe per essere solo residuale. Rispetto a cinque anni fa Fd’I si è strutturata nei territori e conta su un’alta partecipazione alle proprie manifestazioni: penso che farà una buona performances alle elezioni europee.

twitter@FDepalo

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