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Di seguito uno stralcio dell’intervento dell’avvocato Francesco Giuliani (partner Studio Fantozzi), pubblicato nel libro “La nomofilachia nelle tre giurisdizioni: Corte Suprema di Cassazione, Consiglio di Stato, Corte dei Conti” (ed. Il Mulino, a cura di italiadecide).

Parlare della giustizia tributaria è estremamente complesso e, per chi lavora da anni nel settore, penoso, tali e tanti sono i problemi che la affliggono.

In primo luogo, abbiamo dei giudici tributari di merito che non sono togati, e che fino al 2015 potevano anche essere sprovvisti di laurea in materie giuridiche o economico-aziendalistiche. E la circostanza che presidenti e vicepresidenti di sezione debbano essere nominati fra i magistrati, non è sufficiente a garantire una gestione qualitativamente elevata delle cause. E ciò avviene sia perché il carico di lavoro è tale per cui è impossibile che i presidenti e i loro vice si occupino di tutte le cause, sia perché, spesso, la mera provenienza dai ruoli della magistratura non è sufficiente sul piano della preparazione in materia tributaria, e talvolta anche processuale.

Ho assistito a episodi – anzi, meglio sarebbe dire: ne sono stato vittima – a dir poco agghiaccianti, come quando, dinanzi a una commissione provinciale, relatore di una causa di valore superiore a cento milioni di euro, relativa a un celebre stilista straniero, era un ex direttore di un ufficio postale. O quando il relatore, vicepresidente – e quindi magistrato ordinario – di una commissione regionale, in sede di giudizio di rinvio, decise di eludere i limiti dettati dalla Cassazione nella sentenza di rinvio – nella quale l’originario accertamento veniva ridotto del 99% – per rimettere in discussione l’intera pretesa erariale, con riguardo a una delle imposte contestate.

Quali i rimedi a questo stato di emergenza?

Anzitutto, lo dico da tempo immemorabile, deve cambiare il rapporto fra fisco e contribuente, che oggi, in Italia, si sente suddito e non cittadino, e che vede nell’evasione di imposta quasi una legittima difesa rispetto a uno fisco bulimico e ingiusto. Gli strumenti deflattivi del contenzioso tributario qualcosa di buono hanno fatto, ma è il rapporto nella fase che precede l’accertamento che va ripensata e riformata, sul modello della legislazione fiscale dei Paesi più evoluti.

Venendo poi, alla fase giudiziale, occorre, in primo luogo, rendere professionale il ruolo dei giudici tributari di merito. Sembra dunque preferibile, anche al fine di evitare la resistenza a un cambiamento radicale da parte degli attuali organi della giustizia tributaria – che finirebbe col paralizzare qualsivoglia ipotesi di modifica –, prevedere una riforma delle attuali commissioni tributarie, anzitutto disciplinandone l’accesso per concorso, il distacco dal Mef, e prevedendo un rigorosissimo piano di formazione periodica e costante che migliori la qualità delle sentenze emesse.

La materia tributaria, infatti, è ostica, tecnica, ibrida, nonché vittima di una legislazione caotica e spesso casuale e casistica, e richiede molti anni di studio e pratica, dopo i quali si continua a vivere nel dubbio di non aver mai la totale padronanza della medesima. E dunque risulta indispensabile un rigorosissimo piano di formazione dei giudici. E a ciò si aggiunga la necessità di riformare le norme processuali, che dovranno essere ispirate ai criteri del giusto processo, disciplinato dall’art. 111 della Costituzione.

Il descritto stato di crisi non può che riverberarsi sulla sezione tributaria della Corte di Cassazione, che oggi assorbe il 48% del carico totale della Corte, carico destinato a salire, visto che le proiezioni dicono che, in assenza di rimedi, sarà del 54% nel 2020 e del 66% nel 2025, con evidenti catastrofiche conseguenze, che si estenderebbero al funzionamento dell’intera Cassazione. Oggi il tempo medio di attesa di fissazione di un’udienza è di cinque-sei anni, il che significa, spesso negare una giustizia reale.

Tale irreale carico di lavoro influisce, senza alcun dubbio, sulla qualità delle sentenze della quinta civile, che sovente vengono aspramente criticate dalla dottrina, che imputa alla sezione di essere in alcuni casi una vera e propria estensione dell’Agenzia delle entrate, spesso addirittura inasprendone le pretese impositive. Del resto, il dato statistico parla chiaro: oggi il fisco in Cassazione vince nel 77% dei casi, percentuale peraltro di gran lunga più alta di quelle relative ai due gradi del giudizio di merito, e questo dato non può non far riflettere, destando fortissime perplessità.

A ciò si aggiunga – proprio in tema di nomofilachia, e richiamando quanto detto in principio – che si assiste sovente – e su argomenti di grande delicatezza – a una sequela di sentenze di segno opposto, alle quali spesso segue l’intervento delle Sezioni Unite, che vengono poi smentite dalla Sezione semplice, il che crea, come è evidente, un totale disorientamento nei contribuenti.

È dunque indispensabile pensare – per poi attuarle – a soluzioni profonde e radicali, che consentano ai giudici tributari italiani di allinearsi a quelli dei Paesi europei evoluti, mostrandosi come organi indipendenti e terzi nei confronti dei contribuenti, garanti di questi ultimi come delle giuste e legittime ragioni erariali.

Come riformare la giustizia tributaria per un fisco a misura di cittadini

Di Francesco Giuliani

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