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Quelli che prima erano i sospetti di alcuni investigatori privati, sembrano aver trovato – nelle parole di chi segue da vicino la vicenda – ulteriori riscontri: i cyber attacchi subiti dal gruppo alberghiero Marriott, che potrebbero aver interessato fino a 500 milioni di clienti, sarebbero collegabili a un’agenzia di spionaggio del governo cinese.

I SOSPETTI DELL’INTELLIGENCE

A rivelarlo è il New York Times, che cita fonti a conoscenza dell’evoluzione del caso. Il sospetto che ci sia la mano di Pechino dietro il maxi hackeraggio condotto in modo silenzioso e continuativo per diversi anni si farebbe inoltre sempre più concreto proprio mentre l’amministrazione Trump starebbe pianificando – stavolta secondo indiscrezioni raccolte dal Washington Post – azioni diplomatiche, giudiziarie e commerciali mirate a punire proprio quelle che vengono ritenute azioni informatiche malevole condotte dalla Cina in violazioni di accordi specifici in vigore dal 2015.

LE POSSIBILI RAGIONI

Dietro l’interesse di Pechino, si rileva nell’articolo, ci potrebbe essere il fatto che il gruppo alberghiero Marriott e in particolare la catena di sua proprietà Starwood sarebbe, secondo fonti governative, il principale fornitore di hotel per il governo e il personale militare statunitense. Nonostante il ministero degli Affari esteri cinese abbia negato pubblicamente qualsiasi connessione della Repubblica Popolare con l’attacco alla catena alberghiera, molti esperti del settore continuano a definire l’attacco una vera e propria campagna di spionaggio per allargare il bacino dei dati estratti da account di cittadini americani. L’offensiva, infatti, oltre a non presentare diversi elementi dello spionaggio commerciale (mentre invece ne presenterebbe diversi per un’operazione di intelligence), sarebbe stata effettuata tramite codici e schemi informatici familiari alle operazioni di attori cinesi. Informazioni come i dati dei passaporti, dati finanziari; informazioni su coniugi, figli, relazioni sentimentali passate, ma soprattutto gli incontri con stranieri sono – secondo esperti americani – esattamente quelle che i servizi di intelligence cinesi utilizzano per sradicare le spie, reclutare agenti segreti e costruire un ricco archivio di dati personali degli americani per un eventuale targeting futuro. Questi dati, tra l’altro, possono essere utilizzati non solo per catalogare cittadini americani, ma anche per rintracciare quali cittadini cinesi hanno visitato la stessa città, quindi per azioni di controspionaggio.

UN ATTACCO BEN RIUSCITO

Emergono poi diversi dettagli riguardanti il passato della catena alberghiera, in quanto nel 2016 l’amministrazione Obama aveva minacciato di bloccare un’offerta di 14 miliardi di dollari da parte della società cinese Anbang Insurance per acquisire Starwood Hotels. Sembrerebbe dunque confermato quantomeno un interesse cinese nei confronti della catena alberghiera. Quello che si è scoperto solo pochi mesi fa è che i dati di Starwood erano già stati ampiamente rubati da hacker.

IL CASO HUAWEI

Una ulteriore questione che non può che raffreddare i rapporti tra i due Paesi è il caso dell’arresto in Canada di Meng Wanzhou, la numero 2 del gigante delle comunicazioni Huawei (nonché figlia del suo fondatore), arrivato nel mezzo di una “tregua” decisa da Donald Trump e Xi Jinping a Buenos Aires.

LE POSSIBILI MISURE USA

Secondo indiscrezioni raccolte dal WaPo, l’amministrazione Trump starebbe comunque pensando a una serie di iniziative concrete per punire Pechino per le sue azioni passate e a mo’ di deterrenza per quelle future. Si parla di una possibile declassificazione di alcuni rapporti di intelligence per rivelare gli sforzi di intrusione cinese negli Usa a partire dal 2014.

hacker cinese

Attacco hacker a Marriott, tutti i sospetti sull'intelligence cinese. Report Nyt

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