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A Londra si scommette sulla doppia Brexit: l’uscita senza accordo della Gran Bretagna dall’Unione Europea e l’uscita di Theresa May dal numero 10 di Downing Street.

Due molto eventuali brusche uscite che si concretizzeranno con la bocciatura da parte del Parlamento inglese dell’accordo raggiunto dalla premier May e Bruxelles sulle modalità della separazione del Regno Unito dall’Unione Europea. Una bocciatura da tutti ritenuta ormai inevitabile.

La doppia crisi politica inglese, del governo e del partito conservatore, rischia di innescare un terremoto economico in tutta Europa e sui mercati mondiali. Con gravi ricadute soprattutto sul Pil della Gran Bretagna. Ricadute che secondo gli economisti più pessimisti sarebbero quantificabili in una flessione di almeno il 6%.

Scenari di crisi che a Londra cominceranno a delinearsi concretamente dal 4 dicembre, data dell’avvio del dibattito parlamentare sull’accordo per la Brexit raggiunto dalla premier May e dall’Unione Europea. Il voto finale è previsto l’11 dicembre.

Oltre alle dimissioni di 4 ministri e alla fronda interna al partito conservatore capeggiata dall’ex ministro degli Esteri Boris Johnson, appare determinante l’uscita dalla maggioranza di governo del partito Nord Irlandese. Si tratta soltanto di 10 deputati. Un numero che però rappresenta esattamente lo scarto che i tories hanno in Parlamento sull’opposizione.

Il nodo dell’Irlanda è quello intorno al quale oltre la Manica non si trova una soluzione condivisa. Il problema è sempre lo stesso: come gestire il passaggio quotidiano di migliaia di uomini e tonnellate di merci tra Eire e Ulster senza tornare a alzare muri e provocare altri decenni di guerriglia e migliaia di vittime.

Secondo l’accordo siglato da Theresa May, mantenendo l’unione doganale e commerciale dell’intero Regno per un periodo di transizione consentirebbe di gestire l’inevitabile promiscuità territoriale che esiste tra le due facce dell’Irlanda.

Così Belfast avrebbe comunque un rapporto più “profondo” con l’Ue, mentre Londra dopo la fase transitoria sarebbe del tutto svincolata da dazi, obblighi e leggi comunitarie.

Secondo l’ex ministro dimissionario alla Brexit, Dominic Raab, però questo: “Minaccerebbe l’unità territoriale del Regno Unito e determinerebbe comunque una sudditanza verso l’Europa”.

Mentre si avvicina la dead line del 29 marzo 2019, la data che in ogni caso segnerà l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, i labour guidati da Jeremy Corbyn si preparano a nuove elezioni.

Se davvero il governo May cadesse e nelle successive elezioni anticipate venisse eletto un nuovo Parlamento a maggioranza laburista, non è escluso che Corbyn e i suoi premano per un ritorno al voto referendario con un eventuale, ma non scontato, ribaltamento dell’esito della Brexit. Con tutto quello che questo comporterebbe a livello politico, economico e sociale.

E con i mercati finanziari in fuga da Londra, classificata come la capitale di una nazione divisa indecisa, non affidabile e senza più corrispondenza con i versi di “Rule, Britannia! Britannia rule the waves…”.

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